E’ una scoperta, leggera e rivelatrice, sottile e malinconia. E’ una ricerca di pensiero da consumarsi tra the quotidiani, attimi irrisolti, immagini di metropoli che fermentano di quotidiane necessità. E’ un’urgenza del dire che nulla lascia al caso, tra versi oscillanti e cadenze di entità, ora reali, ora semplici riflessioni irrisolute. “Lo stato emotivo delle cose” di Rodolfo Cerè (ed. Lietocolle, pp. 102, euro 13), ci colpisce così, con una piacevole immediatezza, senza coloriture di presunzioni e velleità artistiche legate a un mondo dove scrivere significa esistere. Nel suo significato più pieno è la ricchezza del verso che presenta una propria dimensione, che ritaglia un proprio spazio: “Andandosene piano, ultimi/sfuggenti clienti di un bar/consumatori silenziosi e solitaria/ senza farsi notare/attraverso la porta/ di tutti i misteri/la porta frutto di troppe domande/invisibile agli altri avventori. / Erano lì presenti in contemplazione/ le persone, come antenne i poeti/captano segnali, trasmettono/ con mano su carta, codici/ per se stessi ed il mondo/. Essi vivono galleggiando/ sopra pensieri traballanti/ abbattono le proprie paure/con catene di parole e versi/cercando componimenti allevianti. /La poesia intinge pagine/con pennelli di magia/e colori daltonici/. Muoiono anche i poeti/perché la poesia è tutto/anche parole storte. La poesia è la mancia che hanno/lasciato alla vita e alla morte. “

Rita Caramma