Gianluca Gentilini-Tempus fugit, Paris, 1999

Agli oggetti non importa nulla
della nostra vita, ma a noi
interessa molto la storia di questi
esseri feroci che invadono
il nostro mattino.
Questi esseri che si svegliano
con noi all’alba e che continuano
a ripetere crudeli: “Sei ancora
qui con noi, ancora una volta viva”.

Il tempo è l’enorme graziosità della vita, ma per stare a lungo in una casa di cura occorre perderne innanzitutto la cognizione. I medici sono soliti chiedere al paziente: “Che giorno è oggi?”, “Quanti anni hai?”.

E sai che l’intervallo fra un ritiro della pensione e l’altro è di circa due mesi.

Per la persone comuni il tempo è invece una meravigliosa invenzione, Cronos vi abitava egregiamente.

Tutte le campane a martello hanno dichiarato agli uomini che era una certa ora, persino Dracula si affidava alle lancette.

Immanuel Kant servì per anni ai bottegai del quartiere, appena lo vedevano uscire regolavano gli orologi.

Anche mio padre aveva un suo personale regolatore: per orientare l’orologio avvicinava l’orecchio al quadrante come a sentire i palpiti di un cuore. E noi tutti eravamo sorpresi da quei rintocchi che camminavano tra le grandi pareti e portavano un senso di perdono e di adorazione verso il mistero della vita.

Mi vengono in mente i versi di Quasimodo quando prega la morte di non toccare mai la sveglia della cucina dove vive la madre.

Quello smalto bianco che per anni ha verniciato la nostra vita, che ha stabilito i nostri orari, che ci ha mandato a dormire, che ci ha fatto alzare e che ci ha persino detto che era giunta l’ora della poesia.

Tutto si è mosso quasi a nostra insaputa, sul grande paesaggio dell’orologio.

Io, però, preferisco la clessidra con quella sabbia che corre velocemente da un’ampollina all’altra. Tra quei granelli fiorivano i nostri occhi infantili come grandi anemoni, quando la clessidra veniva posata al centro di un ampio tavolo come se fosse una delle sette meraviglie del mondo.

E noi bambini pregavamo ignobilmente o ingenuamente che il passaggio fosse lento, sempre più lento, perchè la sabbia aveva dei riflessi dorati.

E la vita scorre così, come sabbia, con dentro tante pagliuzze d’oro.

Ma è la meridiana il più bell’orologio che io abbia mai visto, perchè non occorre alcun ingranaggio per chiedere al sole quando è l’ora della vita e quando quella della morte. Io uso la parola morte anche per significare il riposo. E’ allora che ci si acquieta.

Io non sono solita chiedere a Dio perdono della mia giornata, so che mi levo inconsapevolmente, che inconsapevolmente vivo e che inconsapevolmente scrivo.

Ho perso il conto dei giorni. Ma mi sento così carica di anni, mi sento ormai così vecchia e infelice che non capisco come mai il mio orologio segreto mi dica talvolta inaspettatamente che è ora di amare.

Alda Merini