Leggendo le Stesse parole di Antonella Palermo ho molto ho apprezzato quel loro tono secco, lapidario, di una necessaria concisione. Le parole diventano “diverse” proprio perché sanno toccare vibrazioni e accenni quotidiani dove scintilla la luce di pensiero o di un affanno o di un dolore, lo sanno delicatamente toccare e farlo esplodere. Una poesia di silenziose esplosioni, di accensioni rapide e misteriose,di “accessori” che pungono come “una spilla”, di epifanie nascoste dietro la corteccia dell’usuale (“Quanto stanno i limoni signora?”), dietro gli sconforti abituali (“eppure nulla mi appartiene”) in cui il computo del senso è l’approdo di un girovagare dell’anima che aggiunge domanda a domande, smarrimento a smarrimento. Soprattutto mi sembra che, in una linea che fa tesoro del Novecento che più conta (Cardarelli, Penna forse Caproni) ci sia già qualcosa, l’impronta di una voce, che è del tutto originale.

Renato Minore

Critico letterario de Il Messaggero