Gli organi sopra i vestiti

Walter Siti

Benjamin, cercando di definire il tipo di intelligenza di Leopardi, trova un’immagine straordinaria: posto – dice – che i due tipi più diffusi di intelligenza sono l’intelligenza-specchio e l’intelligenza-spada, quella di Leopardi è una formazione di compromesso, è l’intelligenza-corazza.

Se volessimo proseguire, nel nostro piccolo, il gioco, potremmo dire che quella dell’Annino è un’intelligenza-pallottola: aggressiva ai limiti della lesione, veloce, ma anche chiusa in sé, costretta in un involucro di metallo riflettente. Il piccolo guadagno dell’immagine sarebbe soprattutto di rafforzarci nell’idea che la sua poesia, più che sul sentimento e sull’emozione, punta sulla conoscenza. Sbaglia chi crede che la poesia non aiuti a capire intellettualmente il mondo; non quando è poesia impegnata e ragionativa, ma proprio per il di-più-di-significato che nasce dalla postura delle parole. Sfortunatamente, come già notava Mandel’stam, «le onde-segnali svaniscono, una volta compiuta la loro funzione: quanto più sono intense, tanto meno sono inclini a trattenersi».

Le poesie della Annino si capiscono poco, o meglio: mentre le leggiamo siamo sicuri di capire, e di capire delle cose importanti perché fuori dagli stereotipi percettivi – ma appena abbiamo finito di leggerle la comprensione svanisce e resta una confusa euforia, come un elettromagnetismo residuo dopo la scarica. L’euforia è per quella volontà testarda a non uscire dalla materialità del mondo («io che non volo mai né sogno di farlo»); per quell’interpretare i rapporti umani come scontri concreti di oggetti spigolosi, dove ogni vuoto viene immediatamente occupato da un pieno. La poesia dell’Annino è esattamente il contrario della poesia simbolista: là la metafora serviva a trovare il medio proporzionale tra le cose, per unificarle in un ecumenico mistero; qui serve a marcare la distanza tra le cose che pure incessantemente prendono il posto l’una dell’altra. I confini dell’identità sono perforabili, il nostro viso si tramuta in pioggia, il paesaggio in bocca spalancata, un insegnamento morale in un palazzo di quattro piani. La psicologia è un rimedio per gli impotenti o, direbbe uno psicanalista, è ciò che l’Annino rifiuta per rimuovere un personale fallimento. Il personaggio maschile che dice io, nei suoi versi, è rovesciato come un guanto: i visceri stanno di fuori, a contatto con gli urti della vita sociale, familiare o professionale («i miei organi…van sopra i vestiti»), mentre il ruolo l’apparenza esteriore, diventano il nucleo duro a cui attenersi per persistere.

Il tempo passa. La scelta che viene presentata qui non permette di seguire con precisione un percorso cronologico, ma se confrontiamo i testi centrali (Caos, L’udito cronico, La madre vedova), che sono dei primi anni ’80, coi testi finali (Memoria, Dacci oggi la nostra montagna, Polaroid con dedica), che sono i più recenti, non possiamo non notare un cambiamento di tono: in quelli una fiducia nel verso come energia sosteneva un agonismo superomistico, in questi la fatica solitaria, di Sisifo, cede alla stanchezza di vedere ogni conflitto dissolversi nell’aria («scende la gassosa mannaia»).

Ultimi guizzi del moderno, le poetiche come la sua sono ormai conservatrici: la reificazione dell’identità, cosa tra cose, è funzionale all’orgoglio (questo sì, femminile) di vivere, grazie al sadomasochismo, una vita di sangue e non di letteratura («grazie a lui non credendo più alla carnagione ansiosa dei libri») – l’antipatia professata per il mestiere ( non ho amato la poesia più di tanto, non ci puntai granché») è l’altra faccia di una rivendicazione superba: che l’ispirazione, innamorata respinta, non ha mai smesso di bussare alla sua porta.

Adesso ormai, nei più giovani, il dissolvimento dell’identità sembra percepito in modo indolore; ridicolizzati sia il tormento che l’estasi, il mestiere è semplicemente un’ovvietà commerciale, e la poesia un genere tra gli altri, che vanta competenze tecniche e onestà di fornitori. Il minimo atto di giustizia che si possa rendere a un’isolata ‘pura’ come la Annino, credo che sia quello di venire riconosciuta prima che la storia volti pagina.

Per gentile concessione dell’editore Amedeo Anelli, da Kamen’, n. 18 giugno 2001

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