Dall’introduzione di Cristina Annino

Il luogo che non c’è

Leggendo questo libro mi viene spontaneo chiedermi: dove abita Daniela Andreis? In tutte le poesie e con tali sentimenti? Non abita in una casa, anche se il titolo lo può far pensare, in quanto non c’è nei suoi versi la metafora direi ottocentesca della casa intesa come protezione, riservatezza, luogo altro dai non luoghi del mondo, circolo di affettività personali. Non ci offre la visione di un’ abitazione reale, però elenca elementi rintracciabili in una tale struttura. Questi dubbi minimi, all’interno della sua resa poetica, io li trovo affascinanti. Penso che Andreis attui metaforicamente un prolungamento del proprio corpo (che già “casa” sarebbe) con attributi di un posto speciale dove la sua fantasia può giocare più ruoli. Può essere una casa, come un parco delle meraviglie. Può avere l’edera sul muro, le seggiole, ed essere anche fatta di pane. Ma in realtà lei inventa solo varie trasformazioni di se stessa. Dunque è un’illusione, giocata con versi di notevole eleganza, contenuti in liriche delicatissime, condotte su un filo psicologico trasparente, senza la minima sbavatura e senza incorrere in un possibile, anzi ampiamente evitato, minimalismo. Versi che passano da un ammiccamento alla visionarietà infantile (ho una casa di pane,/non è grave,/solo se piove,/perde la crosta,/un merlo si mangia la porta/e, piano piano cade), alla serietà di sentimenti più dubbiosi e inquieti che le agitano l’anima.



Sperare di esserti un poco assomigliata,

come piano piano si somigliano tutti quelli di casa:

l’odore che prendono i vestiti nello stesso armadio,

il cuscino strapazzato, il più usato del divano,

o scucitura del cappotto preferito,

il bacio come l’un l’altro si è dato.

*

Qui cedo alla folla della pioggia

e al calco delle tue mani

mi ci poso, gli occhi chiusi

come le finestre di una casa

che alla sua terra acconsente e si sposa.

*

Ti busso

e questo è il grano del foglio

che ti porto

e questa la farina della parola

senza sapere se spezzerai

qualcosa del mio dire,

se il pane

se sull’altare.

Le illustrazioni sono a cura di Giovanni Benedetti


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