Dell’Azimuth
di Lella Leoci

Azimuth, la siloge di esordio di Maria Grazia Palazzo è intrigante già dal titolo. Azimuth è un concetto astronomico – geometrico – teologico che viene da lontano, dagli antichi egiziani e babilonesi dai greci che creavano miti e dei dalla maieiatica, dalla religione. Azimuth è un focus, un luogo-non luogo che fa da guida, da “stella Polare per il Poeta viandante”. Paradiso Perduto – la lirica che apre la silloge – è la cronistoria poetica di un parto: un figlio-verso scalpita dentro, un coacervo magmatico di vita-istinti-desideri preme, vuol venire alla luce. La dura lotta del verso-bambino asserraqliato nella mente-utero materno si conclude col primitivo selvaggio grido-di vittoria: la nascita è sempre “Ia vita che ha vinto” Ma quel grido di vittoria è anche pianto: il Paradiso terrestre materno è perso per sempre. l’ esistenza non è che un quotidiano incontro-scontro con l’insostenibile pesantezza dell’essere: “E intanto il divenire accade,/ come dettame di un dittatore/ crudele spietato diseguale,/ che punge sferza mette in crisi…”
Se la poesia è ricerca, inquietudine, desiderio di disubbiddire alla grigia ripetitivita dei giorni se “covare il vivere è cercare tempo nuovo” di (Dipendo dalle ombre) e “partorire un’altra vita” sebbene essa è per natura figlia ai Eva, la prima disubbidiente in assoluto. Ma abbiamo pagato duramente quella smania d’infinito. Con tocco leggero Maria Grazia fonde poesia ed esistenza:- “perché la durata di un verso è breve/ Più o meno breve/ o più lungo/più o meno lungo/ ma dura sempre quel tanto/ che poi finisce/ diluisce sempre
in un luogo occulto/ forse selvaggio. Una Poesia-Parto non puo essere sentimentale, consolatoria. La cifra costante di tutte le liriche è la corporeità forte, tenace: il verso
asserragliato nella mente è duro come un capezzolo imbottito ditritolo: la memoria – alla maniera di Bodini – è fatta di luoghi fisici di ambienti e cose della nostracultura contadina: carte stropicciate, piante grasse con spine agli angoli delle strade, cancelli arrugginiti e, addirittura un canto in calce tufacea (lirica no 2). L’autrice ha frequentato assiduamente
i poeti classici e contemporanei, è con un lieve tocco, può permettersi il lusso di “rubare” scorci di arcano stupendi: “…interrogazioni astrali in mareggiate/ violente, infinite dentro/ vorrei fosse fessura in cielo / ah mio azimuth/e poi una nuvola/e poi perdermi/ (Sfere lucide a incastro).
Ed è l’Eros che sostiene Maria Grazia nel suo lavorio di ripulitura del verso alla ricerca di un nitore parnassiano della “precisione delle parole” per fermare “il disordine del dolore” affinchè nel “silenzio di battito d’ali”possa affiorare l’eco della parola evocatrice – rivelazione – epifania.