Di Amedeo Anelli

Levigata e profumata come una gustosa mela, questa poesia dello spagnolo Juan Carlos Reche (Cordova 1976) intrattiene con la tradizione concettistica più di una relazione, temperata da ironia, attenuazione e compostezza formale. Ne è spia con eleganza, più di un tema della tradizione che allude alla dissoluzione, ai grandi temi del nulla e della nullificazione. A una peosia di pensiero manca l’interrogazione filosofica, un organico rapporto con i saperi, una tensione forte fra etica ed estetica. Comunque è una poesia di grandi tradizioni e qualità che eccede, tenendone conto e tenendole a distanza, le tradizioni di modernità uscite dal simbolismo e dalle aporie dei romantici del’900. Per tutte le poesie: “Più che vuoto, / il volo di chi cade // il frutto schivo, / il veleno quieto. // Un cerchio a portata di mano, / una croce distanziata. // Più che paura, / l’accidia del futuro. //Questo puilastro intatto, // ossidato”.


Di Giorgio Linguaglossa

Del poeta italiano del secondo Novecento che ho amato di più, Angelo Maria Ripellino, mi ha sempre colpito quella sua «chincaglieria da baraccone», quella «fuliggine» da clown che si respira nella sua poesia, quel suo andare a «briglia sciolta», quel suo govonismo che poi nel prosieguo del Novecento si è perduto per strada. La sua poesia mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto della leggerezza e della libertà metaforica. Un po’ come quella labile e friabile leggerezza della prosa di Calvino da Il barone rampante (1957) in giù. II visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentava una parentesi nel lavoro del narratore realista de II sentiero dei nidi di ragno, che da allora si muoverà in una poetica del fantastico, oscillando tra mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane. Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto una volta che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo. Perché mai dico di Calvino per trattare di un libro di poesia di un autore contemporaneo (e per di più spagnolo) come Juan Carlos Reche?, non c’è nulla di più lontano tra i due, nulla che li accomuna, tra l’altro scrivono anche in lingue diverse e in generi letterari diversi perché Juan Carlos Reche scrive in spagnolo, anche se il testo a fronte reca la traduzione in italiano, Calvino scrive magnifici racconti philosophique onirici e surreali. Parto da qui per dire che la lingua poetica dell’autore spagnolo ha una sua paludata vestizione linguistica che coniuga il piano basso del linguaggio con il monologo del ragionamento in interiore homine; le poesie d’inizio libro sono più spoglie, asciutte, incise nella pagina secondo un preciso progetto di riconoscibilità, circondate dallo spazio bianco della pagina e dagli a-capo perfettamente inseriti come tessere magnetiche di un congegno ad orologeria; dalla metà del libro la scrittura tende ad occupare la pagina in modo più compiuto ma, paradossalmente, diminuisce di incisività poetica. C’è un’idea di ciò che deve essere la poesia: c’è un gusto medio, un piano lessicale medio, c’è tutto ciò che in un buon libro di poesia deve esserci, c’è l’attenzione per gli aspetti ottici della scrittura, per gli aspetti acustici, per gli «acufeni» avrebbe detto Zanzotto, ma non vedo una idea di fondo in grado di trascinare il tema verso una tematizzazione stilistica, che rimane, come dire, un po’ in grigio, sullo sfondo, in bianco e nero, priva di colori base e di sviluppi che non siano soltanto timbrici e fonici. Inoltre, non comprendo il titolo del libro, che cosa significa «La corsa del frutto»?, ammetto i miei limiti ma non mi viene niente di significativo per spiegarmi il significato di quel titolo.