La lettura di Alessandra Peluso

Leggere “Fiato Corto” di Eliana Forcignanò allunga il soffio vitale di un’intensità sonora assordante.

È inevitabile immergersi nei versi e trovarsi ad un tratto avvolto da una sorta di eterea follia o magica realtà. Esoterismo e vivida realtà si liquefano meravigliosamente perdendosi in un unico filo dell’esistenza.

Sono versi di grande spessore e creativa natura individuale che si leggono e vedono come immagini visive nitide e si nota una poesia elevata con un linguaggio lirico ricercato.

Il ritmo scorre adagio e segna gli aspetti della città, la sua città – Lecce -, delle donne e di elementi della Grecia classica che conducono la mente su lidi lontani, che a volte prediligono il passato.

In “Fiato Corto” c’è una chiara presenza di Emily Dickinson che Eliana Forcignanò sembra stimare e alla quale dedica dei versi. É evidente la presenza della celebre poetessa anche nell’uso di animali e piante che Forcignanò ama molto come si legge nei versi di “Notturno domestico”: «Il gatto affusolato si confonde / con l’asfalto e finge di essere morto furbo / … / La lumaca avverte la pioggia / e non teme piedi crudeli / … / La farfalla notturna sorvola le case / con i lumi sfavillanti / in cerca dell’accoppiamento / che troverà con una lucciola». (p. 50).

Sono amabili i versi dell’intera silloge e una poesia che trasporta l’anima umana lontana, in un viaggio affascinante. Così come scrive Dickinson: «Non c’è nessun vascello che, come un libro possa portarci in paesi lontani, né corsiere che superi al galoppo le pagine di una poesia. È questo un viaggio anche per il più povero, che non paga nulla, tanto semplice è la carrozza che trasporta l’anima umana». Eh sì, la poesia non ammette distinzioni di classi agiate o povere, nè guarda la ricchezza se non quella dell’animo umano, l’unica che eleva e fa sognare ogni individuo che intende accostarsi ai versi come in quelli di Eliana Forcignanò.

Si legge: «Il geco occhi diamanti / sul rosone graticola / della falsa cattedrale / tagliato dal raggio perpendicolare / al mio stupore sornione sogghigna / soddisfatto di aver scalato / pietra acuminata / a ventre basso». (Santa Croce, p. 13). E ancora: «Mai naviglio / vidi ormeggiato / con la stiva carica di bottiglie / e la chiglia addobbata di cannoni / per difendermi dal bieco assaltare / che notturne paure alla deriva / preparano a me mite e astemia». (p. 17). Si intrecciano per incanto le odi dedicate alla fauna venerata e le incertezze dell’esistenza. Un’individualità sensibile, solitaria mite, che teme il buio dell’insicuro porto da raggiungere, non conosce la meta e vaga Forcignanò ostinata a trovare l’ispirazione, ad avvertire emozioni che emana l’anima nello scrivere versi, gli unici capaci di “suppurare le ferite”.

Ricorre spesso il “magma” che rincorre i versi con la forza, il calore, la passione, i quali emergono precipitosi dall’anima dell’autrice, come un imponente liquido – mai distruttivo – infiammabile che scorre ininterrottamente nella raccolta poetica. Fermare questo magma che fuorisce imperterrito dal vulcano è impossibile perchè sarebbe come fermare l’ispirazione, la linfa che scorre in “Fiato corto”, la vita. È questa vita che arde di passione per i versi seppur in “precario equilibrio”.

Aleggia inoltre delicatamente l’amore: «Esitare eterno insonne voglioso / incauto immemore / di un amore / che s’arresta rispettoso / sulla soglia del rifiuto». (p. 33) e «L’amore ricevuto domanda / perchè amore sia a tratti / a tratti possesso / gelosia / mancanza odio». (p. 32). Sensazioni che comportano uno squilibrio, delusione, tormento ma che Eliana Forcignanò sembra controllare bene, senza esitazione, come se l’amore fosse ormai un copione già letto. Sono versi impercettibili come una brezza primaverile, non invadono ma hanno una forza di penetrazione talmente incisiva nell’animo del lettore da lasciarne traccia. Sono tracce indelebili che solo un’esistenza così sensibile come quella dell’autrice può concedersi con i suoi versi idilliaci che cantano un’Odissea, quella della vita – la mia, la sua, la nostra – che vorrebbe diventare un’ammiraglio per raggiungere finalmente dopo un viaggio tempestoso, irto di ostacoli, un porto sicuro dove ormeggiare la propria nave dell’esistenza.