Nel percorso compiuto tra “Scardinare l’acqua” (LietoColle, 2011) e “il quarto chiodo” (in uscita con il prossimo numero di “incroci”, giugno 2013) Rita Filomeni ci presenta una ricerca poetica intensa e rigorosa, governata da una voce ferma, intransigente e da una forte attitudine civile. È una poesia che richiama il trobar clus, le “rime aspre e chioccie” e le “rime petrose: una lirica difficile, talora oscura, segnata da percorsi sonori appunto aspri, perfino stridenti.

Il rinvio, certo, fa leva sul parametro della sonorità. Ma non soltanto. Le rime petrose sono sospinte dalla difficoltà emotiva e cognitiva, dalla fatica dello sguardo sul mondo, sull’altro, sulla realtà che emerge dai versi di Rita Filomeni nella sua natura irredimibilmente scabra accidentata, tutta in salita.

Naturalmente il pensiero corre alla Commedia, in particolare all’Inferno, attraversato spesso con il fiatone, con un passo che deve salire e scendere ripidi dirupi, sprofondare in pozzi profondi. Un passo che come ci insegna Osip Mandel’štam è il passo dell’endecasillabo, è il piede del verso. passo “saturo di pensiero” di cui Dante “fa un criterio prosodico” (Conversazione su Dante, 1933). Passo-verso che è insieme movimento e la sua forma. “Forma del movimento”: così Osip Brik, studioso russo coetaneo di Mandel’štam non a caso definisce il ritmo.

Il ritmo di Rita Filomeni corre ora fluido ora franto, a tratti giocoso come gli oggetti che ci descrive (“. la caffettiera”), talvolta rabbiosamente martellante. Vi scorgiamo tradizioni poetiche solide e solide letture, la lezione dei maestri prediletti (ricorderei, per l’Italia, Rebora, Turoldo, Oldani) e soprattutto l’accanito lavoro sulla parola compiuto dall’autrice, la sua tenace ricerca espressiva (“Scardinare l’acqua” esce infatti dopo una gestazione durata molti anni).

Subito le forme colpiscono il lettore per l’accurata limatura e il disegno serrato, innanzi tutto la strofa molto particolare inventata dall’autrice: tre terzine di endecasillabi in gran parte regolari incorniciate in apertura e chiusura da due endecasillabi, una sorta di “sonetto castrato”, una “gabbia”, secondo le parole dell’autrice. Talvolta i versi sono legati da rime, talvolta da assonanze e più spesso da allitterazioni, omofonie, parallelismi.

Questa poesia ci ricorda le origini (Jacopone fra gli altri), oltre che Dante, anche per certe forme lessicali che giungono alla Filomeni dalla sua toscanità anagrafica; danteschi e al contempo personali sono poi quei verbi tipici della Commedia definiti “parasintetici” dagli studiosi, come immillarsi, o induarsi. Troviamo dunque incièla, infinisce, insiemare ‘nfutura (dove l’apocope è tratto caratteristico insieme al punto di apertura dei titoli) etc.

Osserviamo inoltre alcune chiuse di versi del Dante più sboccato, quello censurato dal canone di Pietro Bembo: sia per i suoni, sia naturalmente per il brusco abbassamento di registro che infrange la rigida divisione degli stili cara al paradigma classicistico. Così in “. senza titolo”: puttana ‘n giarrettiera è nostra italia, o in “. istituzioni”: ‘sto paese campa, magna chi più fotte!, oppure in “. acqua”: sì ‘n nome d’un progresso maialesco. Sono scelte espressive efficaci per la forte componente gnomica che veicolano e che si raggruma tipicamente nel verso di chiusura. Questo costituisce infatti molto spesso la chiave di tutto il componimento, la sua strategia ermeneutica, talvolta la possibilità stessa della sua interpretazione. Perché non neghiamolo, quella di Rita Filomeni è una poesia che non lusinga il lettore, non lo seduce con evocatività accattivante, ma lo costringe spesso a sforzarsi a capire il senso, a districare il groppo della sintassi, fatta di frasi intorcigliate fra loro, di anacoluti che si accavallano l’uno sull’altro. Che obbliga a munirsi, con le parole di Mandel’štam, “di un paio di indistruttibili scarponi svizzeri ben chiodati”.

Tuttavia man mano che procediamo nella lettura la fatica si dissolve gradualmente, facciamo l’orecchio a questo discorso irto e spietato, soprattutto se abbiamo la fortuna di ascoltarlo dalla voce dell’autrice. Un discorso che non risparmia l’invettiva vibrante e tagliente, funzionale all’impegno etico da cui è innervato, all’ergersi di un io lirico che viene incarnandosi davanti al lettore che ne ricostruisce i connotati. Si vedano per esempio “. istituzioni”, “. scale”. “. petrolio”. Come osserva Paolo Giovannetti (cfr. la sua nota critica a “il quarto chiodo”) questa poesia è teatrale per le sue movenze concretamente vocali, per un io poetico che qui è persona viva, nella storia, nel corpo, nella gesticolazione. Un io “tetragono”, giudice intransigente di nefandezze politiche e sociali, di orrori quotidiani cui ormai abbiamo fatto l’abitudine e che ci vengono restituiti attraverso un punto di vista straniato, talora deformante. Come gli emigranti di “. quadro arrivi partenze” e di “. straniero”, la barbona di “. assunzione”, il down di “. domande”, i matti di più di un componimento, matti ai quali peraltro “Scardinare l’acqua” è dedicato. (Ricordiamo che Rita Filomeni ha collaborato con il Centro di Salute Mentale di Trieste ed è impegnata nella campagna per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari). Occupano poi l’intero “il quarto chiodo” personaggi schiacciati dalla ‘società disciplinare’ e dal gesto mortificante della contenzione, i poveri cristi cui sangue qui è storia (. sipario); ricordano ‘n un secchio le lumache / ammucchiate e a spurgare, i detenuti, (“. spurgatorio”).

Ma se in questa sacra rappresentazione dei vinti è vietato l’indugio pietistico, la tavolozza della Filomeni è comunque ampia e coinvolge una molteplicità di toni, dove non mancano il sorriso, il gesto affettuoso, l’attesa trepidante della maternità.

Ci ha insegnato Viktor Šklovskij che lo straniamento, cifra propria dell’arte, procedimento caratteristico della poesia, ci fa vedere le cose come se le vedessimo per la prima volta. Spostando gli oggetti dal loro contesto abituale, inserendoli in altri luoghi, a fianco di elementi estranei e insoliti, l’arte, afferma Šklovskij, crea nuove coordinate prospettiche, nuove luci, dalle quali il mondo non si “riconosce” più, ma si “vede”, come per la prima volta. Lo straniamento smaschera e interroga; smuove i sensi anchilosati, toglie polvere a parole ingiallite, a valori ossificati, a rapporti di forza subìti in quanto ovvi. Lo straniamento in Rita Filomeni crea denuncia ma è anche ironia, guizzo inventivo. Come nella già citata “. caffettiera”, come con il bimbo “. pesce rosso” nell’ecografia, o nella “. torta”: coi tuorli ‘n polvere made in china / e la vaniglina, che vien dal petrolio / la torta pare averci un bello aspetto / quale ha chi si lampada all’inverno. E ancora, per esempio in “. notte stellata”, dove col trapano stando attento ai pianeti / fa buchi iddio, è per appenderci stelle / che versa a lo stampo qual cioccolata...

La persona, non solo la voce, abbiamo detto, che prende corpo in questi versi, non tace i momenti di paura, di stanchezza della sua anima, e non tace la sua problematica relazione con la trascendenza, con un Cristo sconficcato dalla croce, dolente e maledetto (tre volte … ho sputato) ma pregato con l’ostinazione di una combattente e la tenerezza di una bambina.

Stefania Sini