Nazario Pardini su In controluce di M Soldini

Opera intensa, chiara, arrivante con una scalata a eccessi di stupore, a incrinature di sicurezze, a una arrogante tenuta emotivo-strutturale, a umane meditazioni, a suggestive fagocitazioni di fatti, del loro dispiegarsi; e mai si scade in becera lamentatio, in un piangersi addosso. Semmai c’è un grido, quello sì, un grido di paura, anche, che nasce dal pensiero del potere sottrattivo della morte. Si resta immobili, pesanti, azzoppati: “E’ come metter le ali a un elefante// Profumo della morte che ti inchioda/ ti crocifigge appeso alla paura/ ti fa piombare in una grotta scura/ e ti cattura prima che tu sia morto,/ prima l’anima e poi il folle corpo” (pp. 19). Ed ogni cosa, ogni sentimento, ogni persona, ogni scena, sono volutamente posti in controluce. Splendida metafora, splendido gioco allusivo, se riportato a un momento, o a momenti, o addirittura, all’intero esistere. In controluce. Qualcosa che sfuma? che è avvolto in un fascio di luce con risultati che coprono la gamma del nostro essere umani? o che sfuma perché assorbiti dal patema dell’ultimo atto di una vita; della vita; assorbiti anima e corpo dal suo correre, dal suo diluirsi, dal suo negarci il presente. L’opera divisa in sette sezioni si sviluppa su uno spartito organico e compatto per versificazione e occasioni poetiche. Viene da dire che qui è il filosofo che ci ha messo del suo; ci sono razionalità, metodo, sistema a dettare il tracciato. Un poema – mi piace definirlo così – per omogeneità contenutistico-verbale. Ci sono assonanze, rime interne, a fine verso, sinestesie, metonimie, alternanza di misure, vòlte a isolare endecasillabi che esplodano come impennate sinfoniche; come veri passaggi di romanze liriche; questo per dire che il tutto è estremamente musicale; sì!, perché l’armonia è nella parola, non solo nel verso; e anche quando le misure si allungano per necessità effusivo-descrittiva, intervengono le molteplici figure stilistiche a supportare nessi estremamente intonati. Note di accordi a melodiare. Non voglio dire che il sentimento, la commozione, le vibrazioni intime – pane fresco per agapi di commensali in poesia – siano sminuiti a vantaggio del raziocinio, della puntualizzazione dei fatti, i pur minimi; ma senz’altro, qui, è questo senso del metodo che mantiene il controllo di una tematica soggetta a esondare dagli argini come quella della morte di una madre. Sì!, è questo il focus dell’opera. L’epicentro. E quello che più risalta è l’utilizzo magistrale di un naturismo, di un richiamo paesistico che fa da supporto a tutto l’insieme. Panismo esistenziale: chiamare in aiuto la natura per rivelare gli impatti emotivi, allusivi; quelli smisurati da non poterli confessare con un aveu directe. Il poeta fa delle parvenze figurative vere concretizzazioni affettive. Una trasfigurazione antropica. Una metamorfosi di foglie e di colori in sprazzi esistenziali:
Anche le foglie ci assomigliano
Morbide gemme di speranza
Virgulti teneri di aspettative
Verde brillante aperto di vigore
Resistenza al dolore delle intemperie
(…)
altri colpi di gelo e muta la ventura
appare un rosso vinaccia di ribellione
(…)
una folata di vento poi compie gli eventi
il destino giace in erra in attesa della corrente
si approssima un Caronte traghettatore sul rigagnolo
di flutti di pioggia caduti in abbondanza (pp. 21).
C’è un estremo bisogno di parlare attraverso i colori, le forme, le sere terminali, le albe rigeneranti; le luci, le ombre; le notti, i giorni; o attraverso tutto ciò che rivela dolore, o che significa brevità, precarietà, insufficienza per un ambito umano; per un ambito coi piedi incollati a terra, ma con lo sguardo rivolto oltre la siepe; uno sguardo che azzarda la parola alla misura dell’anima. Si sa quanto sia difficile per questa creatura lessico-fonica, estremamente umana, simboleggiare slanci emotivi che dal caduco si avventurino al cielo; financo in tentativi di vincere il tempo. E la parola è lì, presente, con tutto il suo fascino, con tutta la sua esplorazione lessicale, in uno sforzo continuo a superare il limen. Il verbo non è sufficiente di per sé a tatuare l’anima, necessitano impennate che si prolunghino. Vertigini paniche, pointes cospirative che nascano dalla frequentazione dell’intimità. Da qui il viaggio metaforico-allegorico di un poeta che fa di una sua storia, metabolizzata e analizzata in controluce; di un mondo frammentato, scomposto e ricomposto con energia analitico-introspettiva; l’assunto del fatto di esistere che riguarda ognuno di noi.
Sì!, è vita quest’opera. E’ la vita con tutte le sue perplessità, con tutti i suoi passaggi, quelli più difficili, che possono cambiare il nostro essere, con importanti sottrazioni; una vita che sa quanto possono valere il tempo, la memoria, gli affetti, l’esserci; una presenza, insomma, con tutto il suo patrimonio esistenziale: “Anche le foglie ci assomigliano/ morbide gemme di speranza/ virgulti teneri di aspettative// una folata di vento poi compie gli eventi…” (pp. 21).
C’è qui la piena coscienza di vivere, hic et nunc, un’avventura irripetibile che dà un senso di sacralità a questa vicenda; una vicenda che non accetta il senso della fine: non fa parte della sua impostazione mentale; si può urlare al cielo e chiedere, interrogarci; ci vorrebbe la fede! Quello sì sarebbe un bel rimedio all’inquietudine, allo spleen, al taedium, nonché al dolore; un dolore che si fa più grande, smisurato, quando riguarda la vita di una madre. Troppo più grande, infinitamente più grande, di quello che può derivare da malanni che dipendono dalla nostra persona. Ma anche se “Mi turba/ la speranza del dolore”, c’è sempre uno sprazzo di primavera a configurare stati d’animo di alleggerimento, di rifugio in alcove rigeneranti:
Il vento stride sugl’ippocastani
ridesta i colori delle gemmate
sembianze di primavera assolata
di pioggia marzolina mentre ti trovi
ad ascoltare il cinguettio del passero
che solitario prelude alla felicità
della rinascita dopo un inverno triste (pp. 25).
Ma è proprio nelle liriche AFASIA DELL’ESSERE, L’ULTIMO VIAGGIO INSIEME, IN CONTROLUCE che il poeta vive il momento più tragico della storia. Ed è qui che dimostra, anche, quanto la sua generosità effusiva ed emotiva sia contenuta dai particolari, dalle minuzie descrittive, dalla dovizia di termini non solo partecipativi, quanto professionali, in cui il Nostro si mischia – essendo soprattutto medico -.
D’altronde l’atto poetico, pur categoria dello spirito antecedente alla ragione, è, anche, frutto di una contaminatio di mestieri, rapporti, convivenze, linguaggi, e frequenze che ne determinano le venature; per non dire la scrittura stessa; o la convivenza con lo stesso atto creativo. C’è qui una vera traduzione di un realismo spietato in una liberazione lirico-esplorativa, in un’oggettivazione ancorata ad un dire disposto a prendere in consegna un patrimonio umano e trasferirlo in corpo di levatura poetica.
E anche se nel corridoio dell’ospedale persino le panche infilate appaiono in controluce; e possono apparire sfumate come foto fatte con obiettivo al sole, fuori dell’attenzione e della concentrazione:
Nel corridoio panche infilate in controluce
un solo uomo solo con le mani in testa siede
sulle possibili evenienze della scienza
che poi non sono tante (pp. 34).
è perché a dominare la scena c’è quell’uomo due volte solo, con le mani in testa, intento a riflettere sui poteri della scienza e sugli esiti della vita; e: “Le parole tagliano”; “e il responso aggrava l’attesa”; “l’esito della tomografia”; “un’emorragia?”; “l’obnubilamento del sensorio”.
Adesso si saprà la verità. Ma quale? (pp. 35).
Sembrava un angelo,
ma in quel momento la sua bellezza sobria
incuteva un tremito tremendo. “Buonanotte, mamma” (pp.40).
Climax di successioni tecnico-emotivo-descittive; e:
Quella mattina il cielo si adombrava
di vento e nuvole e lei si lamentava
muoveva la sua mano faceva un cenno strano.
Era come dicesse andiamo (pp. 45).
Gli enjambements ripetuti sono segno di una voglia incontrollata di dire, di sfogare un groviglio che ingombra l’anima; la mancanza di interpunzione quasi una corsa verso un incontro coi più piccoli movimenti della madre, senza perdersi in minuzie; quelle rime un addolcimento pietoso verso una scena che segna un atto ultimativo, quasi il mistero dei misteri. Forse serenità nella quiete?
“Memento mori”, scrive il poeta. Perché è dal dolore che nasce il verbo più forte, tappa di una via crucis; ma è pur sempre dal dolore e dalla coscienza di esistere che nasce il peso, l’imponderato peso, della brevità della vita, del suo grande dilemma che ci tiene in pugno fino alla morte.
Tenue tracolla
la speranza e i giorni tutti uguali
disperdono entusiasmo e colori
e sempre ti sovviene acerbo
il tuo memento mori (pp. 20).

Nazario Pardini