Recensione di Alessandra Peluso

Nel leggere “La quotidiana dose” di Antonio Fiori si percepisce un’indecifrabile sensibilità verso il mondo circostante, la quotidianità, è un voler denunciare a volte e altre accettare quotidie l’accadere di eventi, semplici, ma penetranti nella vita del poeta.

È una poesia generosa. Dona momenti di svago, di leggerezza, di un’insostenibile leggerezza che comporta un peso notevole e inchioda il passato in un presente incancellabile, precludendo il futuro.

È una poesia dell’oggi, dei ricordi, quanta nostalgia nel pensare alla spiaggia sulla quale il padre perde l’anello nuziale, ritrovato poi dal fratello minore o quando rivolgendosi ad una “lei” partono felici verso l’isola chiamata Panacea.

C’è il viaggio: quello esistenziale e quello contingente che riguarda luoghi, momenti che con amabili versi intende l’autore far rivivere anche al lettore.

Si avverte nostalgia di istanti che Antonio Fiori ha racchiuso come in degli scrigni tenuti segreti, ed ora li apre benevolmente per condividere le gioie del passato, per assaporare gli stessi profumi di un tempo, per rendere in un certo senso eterni i giorni, quei giorni.

Si legge: «Sulla riva il mare ha lasciato bottiglie / … / in ognuna attende un messaggio / ma nessuno che osi / che abbia il coraggio… / leggendo un incantesimo / lo lascerebbe stregato». (p. 17). E ancora: «Seduto sullo scoglio più lontano / pian piano roccia tu stesso / coralli sui piedi immersi / alghe, tane e mitili. / Ma il pensiero sempre in movimento / in un caleidoscopio razionale / – niente mai fermo dentro». Mentre regna sovrano il silenzio, la quiete, nulla è come sembra, e l’animo è attanagliato da un turbinio di pensieri, emozioni, forze interne lottano tra loro senza giungere ad alcuna fine, non c’è un vincitore nè vinto.

C’è un poeta e la necessaria dose quotidiana di poesia.

È la poesia la panacea di Antonio Fiori, la soluzione di ogni male. Il farmaco epicureo che lo aiuta a raggiungere la felicità, a liberarsi dall’effimero: «Lo ammetto, lo confesso: / ogni sera, da anni / senza ipocrisia / in silenzio / mi inietto la dose quotidiana / di poesia».

Sono versi nei quali sembra sfiorarsi lo stesso intento di Montale, il quale afferma chiaramente: «L’argomento della mia poesia (…) è la condizione umana in sé considerata: non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio (…). Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia».

E infatti c’è la necessità di vivere la vita, non un surrogato, di cercare quella totale disarmonia proprio nella realtà, nella quotidianità delle cose apparentemente discordante con essa.

Si legge nella “Quotidiana dose” la ricerca della verità, anche negli occhi della propria donna che non vuole confessare la fine di un amore: «Non sapevi dove spostare / quegli occhi sull’orlo delle lacrime / aspettavi una sillaba o un labiale / ma ero di ghiaccio, a Montparnasse: una lapide».

Poetica sublime condensata di dire e non dire, ma vivere, rivivere emozioni e sensazioni che appartengono ad un’esistenza, quella reale, quella parte mascherata, occultata da grandi storie, progetti, tempi in cui incombe un presente che avverte la necessità di essere visto e vissuto, se pur sofferto.

Metafore, allitterazioni, assonanze, rime giocano in poesia alternandosi con magistrale cura voluta da Antonio Fiori che esprime la sua voce a volte urlata, altre taciuta con un enfatico silenzio, altre trattenuta o sofferta per dichiarare la necessità di scrivere poesie e parlare di vita con “La quotidiana dose“: la vita di un uomo, di un poeta che ama condividere di buon cuore con chi fosse interessato, attratto, coinvolto dalla quotidianità dell’esistere non effimero nè superficiale ma comprensivo di contenuto, di valori che conferiscono qualità sostanziale all’esistenza.