Dalla prefazione di Mario Santagostini

Un crescendo di sequenze, e scene d’orrore. Dove dei corpi vengono vittimizzati, violentati, sfasciati, smembrati talvolta con scientificità, quasi con acribia. O seguendo un progetto folle e mostruoso. Un incubo monotematico che trascorre pagina dopo pagina, insomma. Con poche variazioni. Non è un caso, allora, che nelle poesie di Michele Montorfano il lessico sia limitato, essenziale, e il dizionario ristretto a sequele fisse e ossessive di parole che ritornano. Come se tutto fosse la ripetizione d’una sorta di scena primaria venuta da chissà dove, o la visione del male integrale da cui l’autore non riesce a distaccarsi e che, al contrario, insiste nel raffigurare con dovizia di dettagli. Via via più atroci.


Fuori il buio avvolge le cisterne

pali con filo spinato, denti persi.

Le colonne dei molossi

anello dopo anello

si mettono in piedi sui marciapiedi.

Colli, braccia appese,

bocche nel freddo.

*

Si chiedevano cosa oscillasse in quella maledetta testolina

cosa cercasse sotto la matassa dei nervi,

dei muscoli lavati con la benzina.

Ma non c’è nulla nella pancia dello squalo.

Solo due bestie che si scannano oltre morte

prendendo la morte che respira sulla vita.

Radioterapia

Non era il corpo fiero steso nelle profondità del letto

la bocca, aperta fino alla radice,

che pregava per un osso, una cicatrice

lunga quanto vuoi, ma basta

con questo sole nelle ossa,

con il tamoxifene spinto a forza nelle vene.

Non che vedermi soffrire porti il sottile piacere

del raschio sul legno ma guarda questo affondo nella carne,

le dure masse agli incroci del collo che con ferocia

frantumano i meravigliosi ricordi.

Passerò l’anestetico sui tagli – dicevi –

e il tempo chiuderà questo cielo di vene,

di bocche troppo aperte, di crepe. Ma poi,

il rumore della sveglia è un vortice

che riempie gli angoli del cervello – vedi?

Il giorno è sempre cavo al suo interno

quasi che fossimo solo questo rumore di tubi

fissati al sedimento e gli aghi, i sedativi,

un principio di ammassamento, di comunione,

di libero accoglimento.

Perché siamo questo rischio, amore

di vespe incastrate tra le lamiere.

Siamo il buio quando si spegne.


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