Per un’antologia della quotidianità inesauribile.

Virginia Woolf scriveva che è necessario dare voce alla vita per darle un senso, perché “l’uomo non possiede nulla, tranne le parole”. Scrive nel suo diario:

“Questo insaziabile desiderio di scrivere qualcosa prima di morire, questo senso divorante della febbrile fugacità della vita, che mi fa avvinghiare, come un uomo a una roccia, alla mia sola ancora.”

Fino a quando semplicemente accade, la vita è come un film muto.

Muti, sotto assedio, ci rende l’attraversare tutta la gamma oscura del dolore: la paura, la solitudine, l’isolamento, la sofferenza fisica, il silenzio di Dio, fino a desiderare di accelerare il tempo che a ciascuno è stato concesso, fino a considerare la vita come un piccolo e insignificante attimo nell’infinità del tempo, e noi piccoli esseri in balia degli accadimenti. Com’è travolgente e frenetica e così spesso impietosa la vita, una moltitudine di esseri si affanna a vivere, a dare alle cose senso e significato, riempiendo il vuoto, la mancanza, l’assenza.

“L’assenza è un assedio”, cantava Piero Ciampi, che ha scritto canzoni in equilibrio tra poesia e realtà:

Una vita a precipizio
l’esistenza senza un senso
e la discesa niente ritorno
poi la salita viene crudele
come un miraggio
mentre il giorno tramontando
lascia un solco…
Le parole giocano strane
e il tramonto guarda in silenzio,
esperienza forse è in mano di altri,
poi la memoria, nascondendo il presente,
diventa ladra…

Chi vede davanti a sé poco tempo spesso modifica lo sguardo, la percezione del mondo, proprio in funzione al tempo che ha a disposizione. Così scrive il poeta polacco Czeslaw Milosz in “Tarda maturità”, una delle sue ultime poesie:

Non subito

perché solo attorno ai novanta

si è aperta dentro di me la porta

e sono entrato nella chiarezza del mattino.

Sentivo allontanarsi da me una dopo l’altra

come fossero ladri le mie vite anteriori

con il loro tormento. Apparivano,

concessi al mio cesello, paesi, città, giardini,

golfi di mare, per venire descritti

meglio di tutti. Non ero

separato dagli uomini, ci univano

rimpianto e pietà, e dicevo:

Abbiamo dimenticato che siamo tutti

figli di un re, poiché veniamo da dove ancora

non c’era divisione tra il sì e il no,

né divisione tra c’è, ci sarà, c’è stato.

Siamo scontenti e facciamo uso

cento volte di meno del dono

che abbiamo ricevuto per il nostro lungo

viaggio …

Prende forma, allora, il suono della voce nell’urto materiale della parola, quando è maturata l’urgenza di dire anche le piccole cose, apparentemente banali. Perché “il mondo è diverso da come ci sembra e noi siamo diversi dal nostro farneticare”, scrive ancora Milosz, che attraverso la sua poesia affonda lo sguardo nel minimo, in tutto ciò che come un dono non abbiamo chiesto e per il quale niente ricambiamo e tuttavia percepiamo come tale, nell’inevitabile fragilità dell’esistenza.

Premio Nobel per la letteratura nel 1980, Czeslaw Milosz è stato definito da Iosif Brodskij uno dei maggiori poeti del secolo, ed ha influenzato la scrittura di Wyslawa Szymborska, per la sua capacità di riconciliare la concretezza della vita con il formalismo della letteratura, superando questo apparente contrasto. Infatti, Milosz ha sempre ricercato “una forma più capace, che non fosse né troppo poesia né troppo prosa e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno”, perché, scrive ancora, “l’utilità della poesia sta nel ricordarci quanto sia difficile rimanere la stessa persona”. E aggiunge che la poesia deve servire, essere utile:

Cos’è la poesia che non salva

I popoli né le persone?

Una complicità di menzogne ufficiali,

Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,

Una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,

Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,

Questo, e solo questo è salvezza.

(da: Prefazione)

Se Milosz, nonostante l’esilio, divenne un simbolo nel suo paese, tanto che gli operai trascrivevano le sue poesie ai piedi del monumento dedicato ai trentanove lavoratori uccisi dalla polizia del regime, durante gli scioperi del ’70, Izet Sarajlić scelse di non lasciare Sarajevo, di restare in città e vivere quel lungo tempo d’assedio, il più lungo della storia bellica moderna, dal ‘92 al ‘96. Sarajlić poeta della fedeltà, dunque, che non ha accettato la condizione quasi privilegiata di esiliato, per (re)stare con la sua gente, perché “chi è stato responsabile della felicità, lo è pure della infelicità”, scrive l’amico poeta Erri De Luca, nella prefazione di una sua raccolta di poesie. Assumersi questa responsabilità consisteva nel restare e condividere “la malora” che quel tempo obbligava a vivere. E così, organizzava serate di poesia al buio, come contrapposizione al dolore, recuperando momenti di una quotidianità ormai devastata, dando attenzione alle cose, alle persone, creando uno spazio fisico dove fosse ancora possibile, naturale, incontrarsi. Una lingua semplice quella di Sarajlić, per temi profondi, dove la nominazione di luoghi, cose e persone conosciuti può ricreare un’ambientazione intima, familiare: le strade, i tram, i fiumi, gli amici comuni e i personaggi famosi.

[…] Parlo della strada

che

ha contato

tanto nella mia poesia.

Che per molti miei amici

sparsi per il mondo

conteneva in sé

tutta Sarajevo.

(da: Addio alla via del re Tvrtko)

Come nei testi di Milosz, il vissuto personale del poeta raccontato in versi non ha mai il tono alto di un testo letterario, sebbene lo sia, Sarajlić riesce a comunicare agli altri, al lettore, con immediatezza tale da rendere il testo comprensibile, e il poeta stesso vicino, quasi “un membro di famiglia e non l’autore di versi pubblicati”, per dirla con le parole di De Luca.

Altrettanto naturalmente, nonostante gli orrori della guerra, Izet ed Erri, in ex – Jugoslavia autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni, diventano veri amici. Nascono le Lettere Fraterne, uno scambio di emozioni ed esperienze, in una corrispondenza che poi decidono di raccogliere in un libro scritto a due mani, nel quale si raccontano e documentano due realtà: il sud dell’Italia e la Bosnia della guerra. Così scriveva De Luca all’amico Sarajlić:

“Quando c’è poco tempo e bussano alla porta, battono la città con artiglieria, quando brucia, quando sei solo in un letto d’ospedale, quando arrivi troppo tardi, quando ti mancano le parole e il fiato è corto, allora la poesia, una, prende il tuo posto, prende la tua mano che non ci arriva: e arriva. Negli assedi, nelle prigioni, nelle cantine su pezzi di carta di fortuna si scrivono poesia”.

http://www.youtube.com/watch?v=y_-ACs5CpaI

Ecco che, quando sembra che si debba decidere il futuro giorno per giorno, davanti a un domani incerto, al poco tempo che forse resta ancora, questa volta non più per vecchiaia, come per Milosz in tarda età, ma a causa della guerra, preme l’urgenza di dire anche il poco o ciò che resta del quotidiano.

Sarajlić non rimane muto e racconta, sotto assedio, il desiderio di realizzare momenti di vita normale mentre tutto intorno viene distrutto e la speranza nel domani sembra inutile.

Franco Fortini, scrivendo come risposta a un articolo di Pasolini, usa la parola “speranza” con riferimento alla sua Milano, città certamente non sotto assedio a causa di una guerra, ma che aveva subito trasformazioni, mutando velocemente e con troppe contraddizioni, dalla fine della seconda guerra mondiale, fino alle contestazioni del ’68.

[…] Non ti dico speranza. Ma è speranza.

Questa parola che ti porgo è niente,

la sperde il giorno e me con essa. E niente

ci consola di essere sostanza

delle cose sperate. In queste lente

sere di fumo e calce la città

che mi porta s’intorbida nei viali

sui battistrada di autotreni, muore

fra ponti di bitume, fari, scorie…

Qui sarò stato io vivo; e ai generali

destini che mi struggono, l’errore

che fu mio, e il mio vero, resterà.

(da: Al di là della speranza)

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Franco Fortini e Pier Paolo Pasolini hanno avuto strade parallele e condiviso un cammino comune. Hanno potuto vedere con lo sguardo attento dei poeti il crollo di una società che andava in pezzi, la fine di un mondo in cui erano cresciuti, e il caos della modernità dirompente. Con lo sguardo fine e attento di poeti e critici, hanno cercato di comprendere i cambiamenti, contestando l’idea di progresso, annunciandone le imminenti trasformazioni. Entrambi si sono opposti a una condizione che appariva ormai stabilita, combattendo attraverso la poesia e la critica. Quest’urgenza di far sentire la propria voce, il proprio dissenso, li ha accomunati per anni, in piccole battaglie, proprio come se si muovessero su uno sfondo bellico. Poi, le strade si dividono: Pasolini, prova a trasfigurare il dramma di quella generazione, e Fortini cerca di superarlo per andare al di là della speranza, provando a cominciare un discorso nuovo.

Diversa la storia dei due poeti e amici fraterni Izet ed Erri, strade parallele che non si separano, e decidono di regalare al mondo il loro scambio epistolare, forse perché chi scrive si muove in equilibrio tra due estremi: condurre ed essere condotti, in una costante relazione con chi si trova a fruire di questa scrittura, che come destinatario o lettore vi partecipa attivamente. In quest’ottica, Valerio Magrelli scrive che nella poesia è il lettore che diventa forza trainante, egli affida al lettore il compito di rimettere in moto il testo ogni volta: “Tanto l’analisi quanto la narrazione immergono il lettore in un flusso potente e continuo, in una corrente di senso che lo trascina via quasi suo malgrado”. E dove conduce la poesia, dove ci porta?

In un romanzo di Nicholson Baker, il protagonista è un poeta di mezz’età che, pur avendo pubblicato numerose raccolte e aver ricevuto qualche riconoscimento, sa che non lascerà di sé agli altri nulla di davvero determinante, significativo, ma spera ancora in quell’attimo di consapevolezza per scrivere la poesia che sistemerà tutto, riparando, rimettendo insieme i pezzi della sua vita. Il poeta in crisi ripone grande speranza nel potere dell’arte, nella poesia che è in ognuno di noi, compie così un atto di fede nella parola che unisce e salva, capisce che anche una sola volta su mille la poesia porta dove nessun’altra cosa arriva, a quell’attimo ineffabile di luce che illumina e fa vedere ogni cosa, perché prerogativa essenziale della poesia, prima ancora che letteraria, è esistenziale. La poesia rischiara significati nascosti tra le pieghe della realtà, li rende disponibili, ne offre una immediata percezione: “Vedere un mondo in un granello di sabbia” scriveva William Blake per raccontare il potere visionario della poesia.

Il premio Nobel per la letteratura nel 1995 Seamus Heaney, spiega il mistero rivelatore dell’esistenza contenuto in ogni verso poetico, la sua raccolta di poesie Seeing things ha proprio un titolo significativo, vedere cose. Come osserva Luca Guerneri, in essa c’è il ritorno “nel cuore del normale”, c’è il paesaggio urbano e consueto e il desiderio, pur nella sua povertà di farvi parte, c’è un senso di appartenenza mancato, “avrei potuto” e poi il ritiro e la fuga nelle pieghe della quotidianità illuminata dai versi”. Ecco che la realtà trasfigurata dalla poesia, ora non fa più paura.

Izet Sarajlić in una sola domanda definisce il compito del poeta, nelle sue parole possiamo rintracciare il senso della sua azione poetica, riconoscerne la duplice natura, umana e civile:

“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”. A loro spetta di togliere alla morte il diritto all’ultima parola.

Testi citati e consultati

Baker N., L’antologista, Bompiani, Milano 2012

Ciampi P., Piero Ciampi. Le canzoni e le sue storie (cd+dvd), Edizioni RCA 2010

De Luca E. e Sarajlić I., Lettere fraterne, Dante e Descartes, Napoli 2007

Fortini F., Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino 1993

Heaney S., Vedere cose, Mondadori, Milano 1998

Magrelli V., su http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/19/siamo-poeti-maledetti-la-top-ten-ci.html

Milosz C., Poesie, Adelphi, Milano 1983

Sarajlić I., Chi ha fatto il turno di notte, Einaudi, Torino 1998

Woolf V., Diario di una scrittrice, Minimum fax, Roma 2005

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/11/le-regole-della-poesia-che-possono-salvare.html

http://www.ospiteingrato.org/Fortiniana/Fortini_Pasolini.html

http://www.pasolini.net/ideologia07.htm

http://www.zenit.org/it/articles/l-inflessibile-tenerezza-di-czeslaw-milosz