ALESSANDRA CENNI, CORPI CELESTI, LietoColle, 2010 Como, pp. 74, € 13,00.

Alessandra Cenni è ricercatrice di Letteratura Italiana: ha al suo attivo studi di critica letteraria, teatro e poesia. Si è occupata in particolare di Antonia Pozzi non solo curando l’opera completa, ma anche con un romanzo biografico: In riva alla vita. Ha scritto anche su Emily Dickinson e su Sibilla Aleramo. Collaboratrice di diverse riviste di poesia, filosofia e letterature comparate, ha pubblicato alcune raccolte di poesie, fra cui nel 2002 le Cosmonautiche, poesie d’argomento cosmologico-siderale e, diciamo così, fantascientifico. E’ questo un genere raro e difficile (non è facile trovare una sintesi tra il senso di meraviglia e il linguaggio tecnico della scienza o della cosmologia). L’unico esempio celebre è finora quello del poeta svedese Harry Martinson con il suo poema Aniara. Odissea nello spazio, scritto dal 1953 al 1956. Ora la raccolta Le Cosmonautiche, sorta di Argonautiche del Cosmo, nel 2010 è stata ripresa per intero e accresciuta di una seconda parte: Ipazia Corpo Celeste-Poema spaziale. Il titolo complessivo è diventato Corpi Celesti. La casa editrice è la LietoColle di Como. La prima sezione, Il Cosmo in una stanza, si caratterizza per una serie di componimenti di tono ora elegiaco e sognante ora metafisico ed oracolare, non senza un certo senso epico: «Sì abbiamo destato dèmoni./Il neutrino è scintilla infinitesima/può cadere in cuore come polline./Non sa di farti male/per l’invisibile stretta/ma giunge continuo/preciso nel tempo/oltre ogni attesa./Anch’io così concedo/la mia remota vita/intermittente.». L’altro aspetto che colpisce è la presenza di dati e riferimenti astronomici come nella poesia esteriorista di derivazione poundiana: «3C236 possiede due lobi/la cui totale lunghezza/giunge a 20 milioni di anni luce./Nel buco nero la velocità di fuga/raggiunge la luce/300.000 Km al secondo». L’universo, in una sorta di panpsichismo drammatico e agonistico, è pervaso da forze ed energie che lo rendono una fitta rete di relazioni, tensioni e contatti tra le diverse entità siderali: «Il tre sarà la nostra voce/anima animo spirito/perché l’amore si compone nella triade/come le parti del giorno/le fasi della notte/l’esperienza di Eurasia». Oppure «La morte è soltanto un’accensione,/stella più brillante che ci inganni,/ma esplode il tuo respiro prodigioso/nella tragedia cosmica». E’ come se ci fosse una voce recitante che “fuori campo” interpreta il ruolo di un aedo di flussi migratori o colonizzatori lungo suggestive mappe stellari: «Orbitavano senza un’apparente fine/attorno allo stesso centro gravitazionale./Era tra le due la più splendente:/15.000 anni fa divenne una supernova.». Questa voce senza volto sembrerebbe essere la voce stessa del Cosmo che si racconta tra richiami classici e biblici riferendo quanto succede nel suo spazio quasi in veste di protagonista o di artefice. A qualcosa di simile ci aveva abituati Franco Battiato con il suo meraviglioso Mondi Lontanissimi: «Ricevetti un messaggio da uno scomparso./Scorgeva lontano e indietro/gli eventi del cosmo passati/miliardi miliardi di anni fa.». Un pittore slavo onirico-visionario e allegorico come Siudmak potrebbe illustrare o trarre ispirazione da una di queste poesie. La scrittura ha guizzi pindarici, procede a scorci liricizzando la materia astronomica: «In una rosa nebula/si muovono globuli/ancora oscuri e incerti/fino a formare un grande anello/espansivo/che dietro sé, conduce/i frammenti di una madre./Dunque, la materia è antica e diffusa/e le protostelle trascorrono da essa/alla visibilità.». Il poema spaziale Ipazia Corpo Celeste è un dittico: Oltre Plutone e Verso l’Infinito. La scrittura resta sempre quella delle Cosmonautiche senza l’elemento dell’ubicazione astronomica, questa volta confinato al titolo. La prima parte con la sua successione di costellazioni, idilliaci cammei, può ricordare il poeta latino Manilio con i suoi Astronomica, poema didascalico sulle stelle. Ma è certamente la figura di Ipazia che domina il poemetto o meglio il suo spirito, il suo genio filosofico che porta, sulle orme di Democrito (Lucrezio aveva messo Epicuro, continuatore del filosofo dell’atomo!), ad attraversare lo spazio per scoprire che l’universo «è un giardino/come il proprio cielo/dove si nasconde un divino giocatore», mentre «il passaggio del tempo/è una circonferenza/in cui non si va né avanti né indietro» così che «ognuno di noi/vivrà sempre/con un centro dappertutto/e la circonferenza in nessun luogo». Di fronte al terrore vertiginoso di un infinito privo di orizzonte trascendente, l’unica «vittoria è valicare il tempo/con la mente che è già del cielo,/diventare quel corpo astrale/che splende al di là del vedere/corpo santo e risorto/sulla terra che non è più/e sull’umana dissipazione». Alessandra Cenni nell’audace tentativo di sintetizzare cosmologia e poesia ha investito maggiormente negli effetti e nell’aspetto immaginifico piuttosto che nella coesione logica di un visione filosofico-scientifica precisa. Questo aspetto fa sì che proprio la prima sezione, Il Cosmo in una stanza, cioè le originarie Cosmonautiche, risulti essere un percorso poetico più convincente e più originale. Il poemetto finale ispirato ad Ipazia risulta, sebbene esteticamente intrigante e ben scritto, un po’ incerto dal punto di vista del contenuto prettamente filosofico. Ma probabilmente una coerenza e una sistematicità di pensiero non erano nelle intenzioni del libro: forse Ipazia è solo una suggestione, uno spunto, poco più di un pretesto o una mera allegoria, invece che una precisa chiave di lettura dell’Universo.

LUIGI PICCHI