Eravamo abituati alla poesia di Luigi Cannillo come ad una catena di solidi condensati intorno a una commistione di natura e urbe, poesie che vengono da un mondo non convenzionale e mettono uno sull’altro i mattoni di un mondo ricodificato dai cortocircuiti dell’esperienza.
Si è trattato fin qui di materia dura, di un canale di forza introversa che ci ha spinti avanti in un mondo non noto dove è al buio che la visione raggia e legifera dalle commessure dei corpi fino al silenzio definitivo della morte lasciando in mezzo quei bellissimi anni di presunta gloria /lanciati in alto / come berretti in giubilo.
Ma nei Cieli di Roma il cielo è dove cede la domanda terrestre – e dove s’incastonano cupole d’oro e un canto di fontane. Siamo in un piccolo canzoniere d’amore non dichiarato se non per improvvise emersioni sorgive e per un tono di affetti conchiusi che attraversa a piedi il volumetto come attraversando l’antichità di Roma il respiro si fa mitologico, colossale, l’umano è una intera specie che parla, un io plurale che toccato in un insieme tenero ed estraneo ardisce di nominare idoli e universi e gli elicotteri che a contrasto pattugliano i cieli mescolati ai gabbiani e ad altre cose volanti, culturali e naturali.
E qui gli angeli invece di volare scendono dallo schermo degli affreschi per tirarci nella loro zona di esistenza – che forse ci appartenne, qui possiamo permetterci di sperarlo e tornare la rugiada che eravamo. Le schiere alate sono un controcorrente che ci spinge all’indietro verso una sorgente che deve essere per forza in alto. Oltre la città e nei refoli che vengono a darsi fra le pietre, in basso, c’è il salmastro, la grande massa del mare al cui corpo segreto tira il fiume.
E’ un contrasto continuo e quasi insonne tra gioia e pesantezza, tra materia e l’aria antichissima che si porta di dentro.
Il passato che viene nominato in questi testi è il passato globale della specie, si percepiscono barlumi del seppellimento mitologico della vestale di Frenaud, anche se il grande corpo femminile è del tutto scomparso ma rimane la baldanza animale e divina della città, il corpo stesso della città attraversata da corpi maschili che forzano le armature affinchè sentano sul corpo disserrato l’amore e il vento finalmente libero di essere stupido vento da canzonetta come solo nell’alba.
L’alba infatti consente una tregua tra il dogma e il desiderio con la sua lucentezza marina, gli archi nel centro appena disvelati e la vita che scorre come deve in una cerca continua mentre nel chiuso delle case, dei dopocena che già facevano baluginare la loro tiepida domesticità nel cielo privato (ma privato di cosa?) – si coltiva insieme il corpo e la sua ombra.
Ma l’agguato di quel silenzio corale è ovunque nell’immenso fuori e la campagna fa sospirare di ascendere al cielo sotto specie di aria, sfarinati nel corpo come prodigi – e lasciare di sé solo il disegno del nome. Il nome e l’ombra sono infatti quello che determina e costituisce noi creature divise da qualcosa che viene dato per invisibile, flaneurs contrastati come azzurro in battaglia con bancali di polveri sottili, gravati dall’avventura terrena come cieli serrati nel corpo ma con un pudore che rasenta l’immobilità e col duplice dono all’interno della vertigine e della memoria.

Maria Grazia Calandrone
recensione pubblicata sulla rivista POESIA – settembre 07