Coloro che si nascondono, compiono atti che sono violati dalla legge o negati dalle autorità: questi sono i “clandestini” ed è questo il titolo dell’antologia poetica curata da Donato Di Poce che cerca di nascondere versi inusuali per nulla anonimi e che esprimono un’identità, l’esserci dell’essere umano “qui et nunc”.

Sono una testimonianza di versi, di flussi che scorrono attraversando le maree in preda al Caronte clandestino, pregando di giungere sulla terra ferma. È un’antologia ricca di sensazioni ed emozioni che gravano sul ricordo, incitando alla vita.

Anche il poeta scrive Icaro Ravasi è un clandestino «nel tremendo moribondo mondo. / Vive nell’assurdo nell’ineffabilità, canta e stringe i denti della speranza». (p. 76). É il poeta che condivide lo stato d’animo di emigrati che solcano le sponde, “strappati dall’esodo” con la speranza – che si accenna indomita sul viso – di arrivare in terre amiche. Si scoprono le sofferenze di clandestini che tentano di vivere, cercano una possibilità in Italia, in altri Stati condannati ad essere considerati solo dei “clandestini”, uomini, donne di colori e origini diverse che fuggono l’inferno per garantirsi il paradiso. Si illudono, certo, o li illudiamo di crederci migliori, ricchi, felici. Ci scoprono soli, rivedono l’abisso.

Leggere la silloge poetica curata da Donato Di Pace immerge in un mondo che ci appartiene, in un mare che è il nostro, in vite che dobbiamo condividere per quel senso di fratellanza, di umanità che qualcuno ci ha insegnato. Si legge e si vorrebbe scrivere cose belle, come afferma Vittorio Cozzoli, «ma non si può. Forse non si deve. / … / Non sono così sottile, non distinguo / un albero tedesco da uno boemo, / ma il bene dal male, quello, sì». (p. 17).

É bellissima la poesia di Daniela Cabrini: «polvere d’ossa evapora / dalla nudità dell’onda / donna sola fuori dal deserto / lampade accese a far luce sul come / rubate terra e aria / senza stelle ora le notti …». (p. 11). Così come “Sbarco” di Roberto Carifi: «Dove giacciono accanto l’anima e il verme / tu, l’esiliata, porgi il tuo occhio / scendi da quel rottame coi figli in braccio / … / dona il nulla del tuo passato /a chi non capisce il male serbato nella messe, / a chi guarda crescere la vite / e sarà vendemmiato di vergogna». (p. 12). Come si fa a scorgere lo stile dei versi, la tecnica, le allitterazioni, le svariate figure retoriche quando in gioco c’è la vita, quando la retorica deve essere schiacciata dalla verità se pur nuda, dolorosa, ma unica verità senza schemi né facili faziosità. Contro un’epoca che sempre più si abbandona ad una menzogna senza speranza (Nietzsche) c’è la necessità di carpire la verità, lottando per raggiungerla, non importa se armati o no, ciò che è indispensabile è la volontà di affermare che ogni essere umano ha diritto alla vita, ha diritto ad una possibilità per sfuggire dall’unica colpa di essere nato in una terra infernale.

Nell’epoca globalizzata da sentimenti avulsi e avidi, occorre scorgere la possibilità di riscatto di una vita che vale la pena vivere, se solo si accettassero le diversità, se ci liberassimo da pregiudizi e se ci disponessimo ad aiutarli, ad aiutarci. Eh sì, perché nella guerra tra poveri siamo noi ad aiutarci non possiamo attendere la mano dall’alto, è invano l’attesa.

«Siamo entrati nelle vene del mondo / Nel buio scomposto dell’anima / Come semi sbocciati per caso / Tra gli argini della morte. / … / Siamo entrati nelle vene del mondo / E senza saperlo, abbiamo toccato / Il cuore nero della poesia / Chiedendo scusa delle piccole luci / Che il silenzio / ci concede». (Clandestini). (p. 26).

I versi “Clandestini” emozionano e illuminano i volti di persone: uomini, donne e bambini, senza nome, – ma che hanno un volto, un’anima, un corpo e la stessa nostra capacità di scindere il bene dal male, la vita dalla non-vita –

di Alessandra Peluso