Una nota di Paolo Ottaviani ai commenti di Luca Lenzini e Giorgio Linguaglossa su Eugenio De Signoribus apparsi su Poesia 2.0

Luca Lenzini, analizzando un passo di Trinità dell’esodo di Eugenio De Signoribus, fa una semplice, oggettiva costatazione: “Il registro non è lirico bensì gnomico”. Giorgio Linguaglossa replica con una domanda illattiva: “forse che il “registro gnomico” è di per sé superiore al registro lirico?”. Il quesito appare fuori contesto, cioè fuori dall’analisi del testo poetico preso in esame e tuttavia, volendo rispondere, si potrebbe dire, contrariamente alle sottintese aspettative del critico, che sì, il registro gnomico può aprire orizzonti, se non superiori, certo più vasti soprattutto se si riuscisse, come accade solo in rarissimi casi, nei veri capolavori, – negli ultimi due secoli di letteratura italiana non saprei indicare molti altri esempi oltre La Ginestra di Leopardi -, a far convivere, in sintesi suprema, il registro “gnomico” e quello “lirico”, filosofia, politica e idillio. Ma non è questo il punto. Qui la domanda sembra fatta solo per allontanare l’attenzione del lettore dai versi, che pure vengono citati, di De Signoribus, accusati di “enfasi”, di “retorica ben guidata e orchestrata”, incapaci di “dissimulare il velame clericale”, di “fare pressione sul lettore” e, addirittura, di “ottundere la sua resistenza critica e soggiogarlo”. Le accuse non vengono però sufficientemente provate. Si commette invece un falso palese. Si trasforma un periodo ipotetico “Se una parola di verità concede la grazia di resistere…” in una affermazione perentoria, “spicciola e frontale”: “una parola di verità concede la grazia di resistere”. Infine si attribuisce allo stesso poeta, forzando arbitrariamente il testo, quella che è stata fatta diventare, nell’incontrollato crescendo polemico, non più una ma la parola di verità che “ovviamente…è il poeta a pronunciarla”. Eppure, nonostante queste forzature e mistificazioni, l’intento di Linguaglossa è assai nobile e condivisibile. Si tratta di ricucire lo strappo “di una aperta lacerazione del patto di libertà e criticità che lega l’autore al lettore di un’opera di letteratura”. Solo che qui, ammesso per assurdo che un autore, nella solitudine della sua scrittura, abbia mai il potere di ottundere l’intelligenza altrui e di vanificarne l’eventuale spirito critico – assurdità intellettuale alla quale Linguaglossa sembra sorprendentemente autoesporsi – non vi è stata alcuna rottura dei nobilissimi, inviolabili patti non scritti tra autore e lettore. Devo dire che, se può valere una esperienza personale, dopo aver letto e riletto Trinità dell’esodo (come pure tutta l’opera precedente del poeta di Cupra Marittima), le mie capacità critiche non hanno subito danni, la mia laicità è rimasta intatta ed anzi si è rafforzata. Le superbe fole” dello spiritualismo teologico, o per dirla con Linguaglossa, del truismo ecclesiale, rimangono tali, destinate cioè ad estinguersi per autoconsunzione. Perché allora tanta vis polemica contro di loro fino a combatterle, assestando colpi alla cieca, anche là dove esse sono già morte? Perché non vedere nel bambino-viandante una futura umanità, tutta umana, una giovane materia pensante? “Camminano liberati / sulla cresta dei colli e osservano l’intorno, il di là”. I versi aprono a un nuovo futuro, ignoto allo stesso poeta. Non dovrebbe la critica aiutare a percorrere un nuovo cammino liberandoci e liberandosi, essa sì, dalla pedagogia dei sermoni e dalle invettive?

Paolo Ottaviani