(…) Dal momento che le dieci sephirot formano un sistema in costante movimento, tutti i miei cento autori potrebbero essere stati influenzati, oltre che da quella in cui li ho raggruppati, anche dalle altre nove sephirot praticamente allo stesso modo, perciò questo libro va letto come un mosaico in continuo divenire. Tuttavia, un volume stampato necessita di una sequenza e la mia è pensata per essere evocativa piuttosto che fissa o arbitraria. Hokmah, la seconda sephirah, viene di solito tradotta come “saggezza”, motivo per cui dovrebbe evocare l’atmosfera generale dei “libri sapienziali” della Bibbia ebraica e i suoi commentari. Ho scelto Socrate, Platone, lo Jahwista, san Paolo e Maometto per il primo gruppo di figure sapienziali e ho quindi accostato loro una seconda serie, che comprende il dottor Samuel Johnson, il suo biografo Boswell, i saggi Goethe e Freud e l’ironista Thomas Mann, come panoplia di saggezza secolare. La terza sefirah, Binah, è l’intelletto in uno stato ricettivo, un’intelligenza non tanto passiva quanto drammaticamente aperta alla forza della saggezza. Per me Nietzsche, Kierkegaard e Kafka rappresentano la mente nella sua apertura, come del resto anche Proust, l’ultimo dei grandi romanzieri, e il veggente angloirlandese Beckett. Nella seconda sequenza ho raggruppato cinque tra i più grandi drammaturghi europei: Molière, Ibsen, Cechov, Wilde e Pirandello hanno infatti l’agilità intellettuale che i cabalisti associano a Binah. Per Hesed, il generoso patto d’amore (l’Alleanza) che deriva da Dio (o dalle donne e dagli uomini), ho trovato un primo gruppo di rappresentanti in cinque grandi scrittori umoristici che ironizzano sull’amore: John Donne, Alexander Pope, Jonathan Swift e, più gentili nella loro padronanza dell’ironia, Jane Austen e Murasaki Shikibu. Anche del secondo gruppo fanno parte geni dell’eros, ma essi si occupano maggiormente dell’angoscia del patto: Hawthorne e Melville, le sorelle Bronte e Virginia Woolf. Din, la successiva, è chiamata anche Gevurah. Din significa qualcosa come “giudizio severo”, mentre Gevurah è il potere che permette di adottare tale rigore. Ho cominciato il capitolo con un’austera serie di grandi poeti visionari americani di genio: Emerson, Emily Dickinson, Frost, Wallace Stevens, Thomas Stearns Eliot, tutti esempi della nostra inclinazione originaria, che un tempo era una sorta di puritanesimo. Dopo di loro ho posto cinque poeti del romanticismo maturo, che hanno manifestato la forza di un’immaginazione rigorosa: Wordsworth, Shelley, Keats, Tennyson e l’italiano Leopardi. Per Tiferet, “la bellezza”, nota anche come Rahamin o “compassione”, ho scelto innanzi tutto cinque grandi esponenti dell’estetismo: Swinburne, i Rossetti, Walter Pater e l’austriaco von Hofmannsthal; quindi sono passato ai maggiori poeti del romanticismo francese e ai loro eredi: Victor Hugo, Nerval, Baudelaire, Rimbaud e Valéry. La settima sephirah, Nezah, può essere tradotta come “la vittoria di Dio”, o come “l’eterna resistenza che non può essere sconfitta”. Qui ho cominciato con tre giganti dell’epica: Omero, il portoghese Camões e James Joyce; quindi ho aggiunto al gruppetto il superbo romanziere epico cubano Alejo Carpentier e il poeta messicano Octavio Paz, che dà il meglio di sé nei poemi epici brevi. Il secondo gruppo condivide forse col primo non tanto la vittoria quanto una strenua resistenza: Stendhal, Mark Twain, Faulkner, Hemingway, Flannery O’Connor, che ironizzano anch’essi sull’eternità. Hod, lo splendore o maestà dotati di forza profetica, domina una serie di poeti–profeti, a partire da Walt Whitman e da tre poeti che egli ha influenzato: il portoghese Pessoa, Hart Crane e Garcia Lorca, originario dell’Andalusia. Completa questo magnifico gruppo un grande poeta esule spagnolo, Cernuda. Dal momento che Hod è l’emblema dello splendore morale, la sua influenza si estende anche al gruppo dei romanzieri che comprende George Eliot, Willa Cather, Edith Wharton, Scott Fitzgerald e Iris Murdoch, romanziera e filosofa scomparsa di recente. Yesod, la nona sephirah, a volte tradotta come “fondamento”, è un attributo simile all’originario significato latino di “genio”, cioè forza generatrice. Ho posto in un primo gruppo una serie di maestri della narrativa erotica: Flaubert, il portoghese Eça de Queiros, il brasiliano di colore Machado de Assis, l’argentino Borges e Italo Calvino, favolista italiano moderno. Il secondo gruppo è costituito da cinque vitalisti eroici: il poeta–profeta William Blake, il romanziere profetico Lawrence, il grande drammaturgo americano Tennessee Williams, fortemente influenzato da Lawrence e da Hart Crane, e due poeti moderni la cui opera è fondamentale: l’austrotedesco Rilke e l’italiano Montale. La decima e ultima sephirah è Malkut, “il regno”, nota anche come Atarah, “il diadema”. Sebbene Malkut sia identificata con Shekinah, irradiazione femminile di Dio, ho scelto come attributo la sua essenza profonda e ho raggruppato sotto il suo nome dieci geni maschi che trascendono la sessualità. Malkut è, secondo me, la più affascinante delle sephirot, dal momento che diffonde l’immanenza divina nel regno di questo mondo. Si possono raggiungere le altre sephirot solo attraverso Malkut e quindi la utilizzo qui anzitutto per raggruppare gli autori diversi tra loro eppure curiosamente uniti che hanno creato le loro commedie umane: Balzac, Lewis Carroll, lo psicologo–romanziere Henry James, Robert Browning, inventore del monologo drammatico e William Butler Yeats, poeta drammatico irlandese. Un secondo gruppo correlato è costituito da Dickens e Dostoevskij, visionari romanzieri del grottesco, Isaac Babel’, narratore ebreo russo, e Paul Celan, ebreo rumeno inventore di una poesia del dopo olocausto in lingua tedesca che corrisponde all’irradiazione della prosa narrativa in tedesco di Kafka. Il romanziere afroamericano da poco scomparso Ralph Waldo Ellison, il cui genio visionario raggiunse la perfezione nel suo Uomo invisibile, completa la discesa di Malkut nel nostro tempo ed è l’ultimo dei cento geni che ho trattato in questo libro (…).

Harold Bloom