Dalla dichiarazione universale del diritto sovrumano di amare, alla dichiarazione d’amore per la poetessa fanciulla Vivian Lamarque, l’uomo, prima ancora di sciogliersi in versi, sconfessa il buio per aver conosciuto il chiarore delle stelle e gli abbacinanti sorrisi.

Canta l’amore clandestino, reo confesso di essersi sporcato di fango, nelle pozzanghere saltate a pie pari, come si saltella sulle rovine del mondo, lasciando impronte nuove sui segni della storia dei tempi.

Clandestino l’amore che a “forza di essere vento” si spiega al dolore e parte a cuore gonfio con la sua “Zattera delle parole”, a scortare i viaggi di una speranza che non reca documenti di identità, a scongiurare che non li inghiotta la notte e il suo mare di odio, che non li assalga la barbarie che depreda i sogni d’oro.

Tra ”Le grate del cielo”, filtrano versi tremuli che gridano alla notte un ultimo gemito di amore, alla madre, genitrice di tutte le cose visibili e invisibili, meramente percettibili. Che la terra le sia lieve, come una manciata di baci mancati, di parole sussurrate. Ma piccoli fiori blu stanno già sbocciando, certo come Quenau che “il fango è fatto dei nostri fiori, dei nostri fiori blu”, blu come il manto di madonna della madre, donna.

Alla permuta delle emozioni, un sogno in cambio del sogno. La relatà vera, di chi non sogna, è destinata a morire.

“Bastava confondere un poco sogno e realtà/

cancellare con una bianca gomma l’inutile linea di confine.

(Vivian Lamarque)

“solo i poeti sanno rivivere un amore mai vissuto” , il poeta scrive lettere a un amore mai nato, nel carteggio surreale di inappagata voluttà e visioni d’amore, si graffia all’ortica ai margini delle strade mai percorse, ardendo dell’amore erotico che si rianima da bocca a bocca, per morire e rinascere della pazzia di un delirio carnale.

Come in circolo circasso di una danza popolare, o nel cerchio propiziatorio di un rito tribale, muove percorrendo l’equatore di una rotondità dell’universo femminile, o avanza e indietreggia entrando e uscendo dal cerchio, a contatto con l’ignoto, con le leggi sovrumane che regolano i cicli naturali, nelle movenze che esprimono il trascendente.

Così questa danza, nell’ordine cinetico, in rapporto al tempo e allo spazio, tramanda la tendenza di restituire al corpo la sua reale dimensione di libera creatività.

L’amore, sovvertendo qualsiasi legge, vince infine la gravità e riconosce, nella fase crescente di un figlio, il lato in luce di un corpo celeste auspicio di feritilità, sempre caro al poeta. Cammina così tra i crateri della luna, come tra le rovine di un amore andato a male, in cerca dei segni di rinascita, tracce di vita, si piega al volere della terra di quel corpo celeste a raccogliere sassolini di speranza da riporre nelle tasche di un futuro che sonnecchia e porta il nome del figlio come di tutti gli eredi del mondo.