Pietro Berra – I primi maestri del poeta

«Prima di tutto la storia insegna che la storia si ripete. La natura insegna allo stesso modo». È il nocciolo dell’esperienza, e della poesia, di Giampiero Neri. Questa frase l’ha scritta su un foglietto rosa, in una giornata di primavera del 2003, mentre aspettavamo un piatto di fusilli al pomodoro all’Osteria del Gallo di Como. Dettaglio che non vuole essere pubblicità più o meno occulta, ma che, al contrario, ha la sua importanza, poiché si tratta di uno dei luoghi affettivi dell’autore, come lo sono la casa milanese di piazzale Libia, o quella dei nonni paterni a Incasate, frazione di Erba, o ancora il bar vicino alla stazione ferroviaria di Inverigo (Como) dove avvenivano gli incontri con un professore che gli ha segnato la giovinezza e, quindi, la vita.

Conservo ancora quel foglietto rosa. È un modulo per il prestito libri della biblioteca di Milano. Volume richiesto: Conversazioni con Stalin di Dilas Milovan. Cognome e nome del richiedente: Pontiggia Gianpietro. Assodato che Neri è uno pseudonimo scelto dal poeta in omaggio all’omonima fazione dei guelfi fiorentini, con l’intento di distinguersi dal fratello Giuseppe Pontiggia, noto romanziere, nel titolo del libro richiesto sarebbe fuorviante cercarvi retroterra politico-ideologici. È solo che i due grandi interessi del nostro sono La natura e la storia, come recita il titolo di una raccolta di saggi a lui dedicati da Daniela Marcheschi (Le Lettere, 2003).

L’amore per la letteratura, e per certe tematiche in particolare, affonda le radici nei primi anni di vita a Erba, cittadina di sedicimila anime a metà strada tra Como e Lecco, dove Neri è nato il 7 aprile 1927. «Mio padre», racconta, «era un appassionato di libri, narrativa soprattutto. Una cosa abbastanza singolare per i tempi: penso che a Erba fosse l’unico. Libri erano anche i regali che io e mio fratello ricevevamo in prevalenza». Nella biblioteca paterna il giovane Giampiero si imbatté in due volumi di scienze naturali, che lo hanno molto influenzato: il saggio Ricordi entomologici del naturalista francese Jean-Henry Fabre (1823-1915) e il romanzo l’Anima della formica bianca dello scrittore sudafricano Eugene Marais Nielen (1871-1936). «La natura», è la convinzione che Neri ha tratto da queste letture, «insegna che la guerra è continua: il leone non può non uccidere la zebra. Lo stesso insegna la storia, che è magistra vitae, come dicevano i latini, nel senso che dovrebbe farci riflettere sulle nostre propensioni e attitudini, ma a cui non possiamo chiedere quello che non si propone nemmeno di insegnare. Casomai ci ricorda che le guerre le abbiamo sempre fatte, una più sanguinosa dell’altra».

Per Neri, dunque, la storia è soprattutto magistra belli. Una considerazioni che indurrebbe a crederlo più pessimista di Leopardi. Ma il diretto interessato smentisce: «Ritenere la storia magistra belli non comporta necessariamente una visione pessimistica. C’è sempre la speranza che l’uomo diventi migliore. Io stesso non sono pessimista. Mi considero piuttosto un ottimista pentito: le vicissitudini della vita mi hanno costretto ad assumere una posizione più realistica». Perché, allora, studiare la storia se non si può evitare che si ripeta? Perché Giampiero Neri le dedica tanta attenzione? Che cosa gli ha insegnato? «Come Renzo Tramaglino», risponde il poeta, «dalla storia ho imparato a non mettermi nei tumulti. Ma non sono completamente sicuro di questo».

Il discorso si fa avvincente. Le risposte di Neri suscitano altre domande: dov’è il punto di contatto e dove la differenze tra il mondo degli animali che popolano i suoi testi e quello degli uomini? E poi, oltre la natura c’è qualcos’altro, oppure si è creata da sola e tutto vi avviene per caso o per determinazioni meccaniche? Domande che si pone ogni uomo, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, e che i poeti, eterni adolescenti, continuano a riproporsi per tutta la vita. Non a caso sono le prime cose che gli hanno chiesto gli studenti di due istituti di Palma Campania (il liceo «Rosmini» e la ragioneria «Theti») che nell’anno 1999-2000 hanno avuto approfonditi colloqui con alcuni autori contemporanei, poi raccolti dai loro insegnanti, Carlangelo Mauro ed Enzo Rega, nel libro La poesia a scuola (Antonio Stango Editore, 2003).

Ecco le risposte di Neri ai ragazzi. Sugli animali: «Gli animali che entrano nel mio lavoro in maniera fondamentale sono simbolo di una aggressività che in natura è molto meno mascherata che non nei rapporti umani, in questi sì che è mascherata. L’animale si adatterà all’ambiente per non farsi notare, per mimetizzarsi, ma poi verrà fuori la sua natura che è aggressiva ed ha una precisa necessità di essere. Con questo voglio dire che non dobbiamo guardare all’uomo come dovrebbe essere ma all’uomo com’è. Accettare la nostra natura dopo averla conosciuta, dopo aver preso atto della nostra aggressività, significa anche imparare a dominarla». Su Dio: «Io mi sento legato a una visione religiosa della vita. E non ritengo che il mondo si sia formato da solo. Ciò contraddice tutta la nostra esperienza quotidiana. Questa visione non entra in contraddizione con un’altra verità, che nella natura ci sia l’evoluzione, le trasformazioni delle specie. Sono, per così dire, un “creazionista”, come gli scienziati scettici definiscono quelli che credono, anche se ciò non traspare dai miei testi. Ma nel profondo non mi sento figlio di nessuno, mi sento figlio di Qualcuno». La conclusione cui arriva il poeta è che «il male è in ciascuno di noi, non è possibile estirparlo. Ma è possibile contenerlo, potenziando il bene». Bene e male, insomma, vengono Dallo stesso luogo, come recita il titolo di una silloge che pubblicò nel ’92 da Coliseum.

Altrettanto simbolicamente la sua quinta raccolta si intitola Armi e mestieri (Mondadori, 2004). «Un titolo ambiguo», sottolinea l’autore. «Da una parte si rifà al periodo storico della mia adolescenza, attraversato da guerre di diverso tipo: la seconda guerra mondiale e la guerra civile. Dall’altro è una deformazione di arti e mestieri». Mentre mi dice queste cose, la foto di suo padre, Ugo Pontiggia, ci guarda da una mensola. Siamo in un appartamento al primo piano di un vecchio caseggiato di Incasate, frazione di Erba: Giampiero e suo fratello Giuseppe lo ereditarono nel 1997 dallo zio paterno e rappresenta il legame più forte (o quantomeno più evidente) con il paese della loro infanzia.

In un capitolo di Armi e mestieri, Neri torna all’episodio chiave della sua giovinezza, e probabilmente dell’intera vita: l’uccisione del papà ad opera di due partigiani, nei giorni successivi all’armistizio tra Badoglio e gli Alleati. Lo fa nella serie di poesie Il preside dell’istituto. «Mi riferisco», spiega il poeta, «al preside dell’istituto magistrale dove studiavo, il Carlo Annoni. Si chiamava Merzagora e faceva parte del Comitato di liberazione nazionale, anche se io all’epoca non lo sapevo. Un giorno, a proposito dell’uccisione di mio padre, mi disse: “Ho sentito diverse campane, dicono che sia stato un errore”. E io: “Come è possibile?”. È una cosa che non accetto, che non ha significato: mio padre è morto per la sua idea. Per la sua idea, allora, si moriva». Ugo Pontiggia era, parole del figlio, «un fascista, ma non fanatico, non certo estremista. Basti pensare che teneva in casa, come donna di servizio, una socialista convinta. Era un uomo tranquillo, amante della sua famiglia e dei libri. Faceva il procuratore di banca ed era stato incaricato di alcune responsabilità pubbliche, commissario prefettizio a Erba nel ’42 e poi a Bosisio Parini, dopo l’8 settembre del ’43. Insomma, era una figura rappresentativa e può darsi che per questo sia stato scelto come uno dei primi da colpire».

Pontiggia senior fu colpito da due proiettili di rivoltella mentre usciva dalla banca, l’Ambrosiano di via Volta, la sera del 12 novembre 1943. Si accingeva ad attraversare la strada per raggiungere la sua abitazione, che stava esattamente di fronte, al civico 2, invece venne ricoverato d’urgenza all’ospedale Sant’Anna di Como, dove si spense dopo 5 giorni. Aveva 42 anni.

La guerra era già entrata in casa Pontiggia due anni prima, quando Ugo, che «nonostante avesse famiglia, credeva fosse suo dovere andare al fronte», era partito per l’Albania. Tornandone, però, disgustato e deluso. Ai famigliari aveva raccontato di un suo ferimento durante un assalto sul monte Messimerit. Una scheggia di mortaio gli aveva forato l’elmetto, facendogli perdere i sensi. Prima di stramazzare gli era passato davanti agli occhi l’ultimo ricordo della figlia più piccola, Elena. Il dettaglio impressionò profondamente il giovane Giampiero che lo riesumerà oltre cinquant’anni dopo in una poesia contenuta in Armi e mestieri:

prima di cadere

aveva visto lei che correva,

la piccola soffriva di un leggero strabismo,

intorno al tavolo della cucina.

Per capire fino in fondo l’educazione alla cultura e al bello, ricevuta dai fratelli Pontiggia, non bisogna dimenticare che la loro mamma recitava in una filodrammatica. «Mia madre», racconta Neri, «aveva la vocazione dell’attrice. La sua era una compagnia locale, che però ha dato rappresentazioni anche al Teatro Sociale di Como. Quindi qualche merito doveva averlo. Diedi a mio fratello un trafiletto apparso sul quotidiano La Provincia del tempo in cui si lodavano le doti di mia madre e anche la sua presenza». Il figlio, al contrario, si trova meglio dietro la scrivania che sul palco. «Ricordo», dice, «la prima lettura pubblica alla biblioteca di Varese con Giancarlo Majorino. Avevo molta difficoltà a parlare. Un po’ mi è rimasta, ma ormai ho fatto l’abitudine».

Un altro luogo dell’infanzia neriana, che approderà nella sua poesia, è la casa di via Mainoni, sempre nel centro di Erba, quella dove nacque e dove visse fino ai sette anni, poco prima che fosse dato alla luce «il Peppo». L’ha rivisitata, in senso sia letterale che letterario, nel 2003, quando ha pubblicato nelle raffinate edizioni Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi una plaquette che si intitola proprio Via Mainoni. Possiamo riportare il testo per intero visto che, come la maggior parte delle poesie di Giampiero Neri, brilla per sintesi:

Quella casa di via Mainoni

sembrava immersa nel sonno profondo

e la grande terrazza deserta di voci

appariva manomessa

da una costruzione posticcia

che ne alterava la figura.

Chiari, soprattutto dopo averne parlato con l’autore e aver effettuato una visita in loco, i riferimenti oggettivi alle persiane chiuse e alla tettoia applicata di recente. Ma il suono delle parole crea una sorta di eco, che sembra rimandare ad altri significati, non si sa quanto voluti dal poeta: a una felicità infantile “manomessa” dalla guerra, dalla morte del padre.

Quest’ultimo evento segnò non solo la visione del mondo del giovane Neri, ma ne indirizzò anche in maniera quasi obbligata le scelte di vita. «Quando morì mio padre», ricorda il poeta, «io avevo 16 anni, mio fratello Giuseppe 9 e mia sorella Elena 8. Mia madre vendette una casa a una cifra considerevole, ma a metà del ’47, a causa della notevole svalutazione che investì la lira, si era già ridotta a niente. Nel ’45 lasciammo Erba per Santa Margherita Ligure, dove rimanemmo meno di un anno, e poi per Varese. E io, appena finito il liceo scientifico, mi dovetti impiegare in banca, prendendo il posto che era stato del mio genitore, con una qualifica ovviamente più bassa. Negli anni Cinquanta ci trasferimmo a Milano per avvicinarci al mio luogo di lavoro». Così svanirono i suoi sogni di diventare un naturalista. «Ho effettuato solamente l’iscrizione al corso di laurea in Scienze naturali, ma poi il lavoro mi ha assorbito totalmente. Però lo considero a tutti gli effetti come uno studio intrapreso, anche se per mio conto».

Dell’infanzia, prima che la morte passasse con la sua falce davanti a casa, Neri ha un ricordo felice. Tra i personaggi che la contraddistinsero ci fu anche Giuseppe Terragni, il grande architetto razionalista, nato nel 1904 a Meda (Milano) e attivo a Como, la città dove trascorse gran parte della sua breve vita, finita nella disperazione più nera dopo il rientro dalla campagna di Russia. «Terragni», racconta il poeta, «veniva spesso nella nostra casa di via Mainoni 5, all’epoca in cui era impegnato nella costruzione del Monumento ai caduti di Erba (1926-1932). Lui e mio padre erano suppergiù coetanei. Era un gigante fisicamente e come tutti gli uomini grandi e grossi era bonario. Io gli sono stato in braccio ed è una cosa di cui mi vanto. Avrò avuto 2-3 anni, forse 4. Mi è rimasta impressa la voce di mio padre che dice a mia madre: “Ghe chi el Terragn”. La Casa del Fascio di Como, per me, è come il Partenone».ù

Neri si sente molto vicino alle geometrie di Terragni. «Il razionalismo che veniva dalla Bauhaus tedesca», dice, «qui ha trovato uno spirito latino che ha dato qualcosa in più all’insieme di linee». Un gioco di intrecci formali e contenutistici che trova rispondenza nella sua poesia. Non a caso il critico Massimo Raffaeli definisce il nostro (su Alias, settimanale letterario del manifesto, del 29 gennaio 2000) «poeta architettonico». Fabio Pusterla, poeta e traduttore ticinese che ben conosce la persona e l’opera del collega lombardo, si spinge oltre. E nella raccolta di saggi Memoria, mimetismo e informazione in Teatro naturale di Giampiero Neri (a cura di Silvio Aman, edizioni Otto/Novecento, 1999) sottolinea che «come nell’architettura del Terragni, la simmetria di Neri non chiude il discorso nella perfezione rarefatta di un ordine; lo apre, invece, a una stupefazione, a un enigma forse insondabile». E cita un esempio contenuto nella silloge Dallo stesso luogo:

Della piccola cima o collina

dentro il perimetro del paese

l’architetto Terragni aveva fatto un monumento

ai caduti in guerra.

Fiancheggiata dagli alberi

una scalinata saliva

verso una tribuna di pietra.

Quattordici anni dopo il monumento erbese dell’illustre razionalista torna a fare capolino nella raccolta Armi e mestieri, che il caso ha voluto arrivasse nelle librerie otto giorno dopo l’apertura, avvenuta il 19 aprile 2004, delle celebrazioni per il centenario della nascita di Terragni. La ricorrenza ha portato contributi dal governo e dagli enti locali, serviti in parte anche per illuminare con chilometri di fibre ottiche la scalinata del Monumento ai caduti, che in una poesia fa quasi da sfondo simbolico alla rievocazione della tragica morte del padre. Ma l’accostamento non è opera della fantasia del poeta, al quale va semmai riconosciuto il merito di aver colto uno di quei momenti in cui la realtà mostra il suo “anello mancante”, per dirla con Montale, permettendoci di cogliere uno squarcio fulmineo di verità. Termine che non necessariamente si concilia con la logica. Anzi a volte, in Neri soprattutto, si coniuga con il nonsenso, con il paradosso. L’assurdo. Partiamo dal testo:

In quelle nebbie, una mattina di novembre

aveva visto l’amico di suo padre

davanti alla scalinata del Terragni.

Nell’abbracciarlo, la bicicletta era caduta a terra,

«doveva essere l’ultimo»

era stato il suo necrologio.

Il fatto celato dietro i versi lo racconta Neri medesimo: «Era il mese di novembre del ’43. Davanti al Monumento ai caduti vidi un amico di mio padre, un meccanico piemontese che si era trasferito a Erba, dove aveva sposato un’amica di mia madre, Teresina Mambretti. Nel ’51, poi, anno di grave crisi, emigrarono in Argentina e là sono morti tutti, anche il figlio amico mio, Nene, un vezzeggiativo che presumo derivasse da niño (bambino in spagnolo). Ma torniamo a quella mattina del ’43. Vedo il signor Giovanni in bici, lui mi viene incontro e nell’abbracciarmi la bici gli cade a terra. Ho già scritto di questo episodio in Teatro naturale. È la terza volta che lo riprendo, ma non ho ancora avuto la forza di riportare per intero la frase che mi disse: “Se erano tutti da ammazzare, tuo padre doveva essere l’ultimo”. All’epoca non potevo nemmeno supporre che esistesse un’opposizione così radicale a Mussolini e al fascismo». La centralità dell’episodio citato nella vita e nella poesia di Neri è stata opportunamente colta, e resa tipograficamente in modo esemplare, in una plaquette delle edizioni ixidem (stampata nel febbraio del 2003 in 50 copie), che di variazioni sul tema la bicicletta caduta ne riporta addirittura sei.

Anche in mezzo al marasma che caratterizzò l’adolescenza del poeta, spicca un punto di riferimento culturale: il professore di lettere Luigi Fumagalli, detto Gino, che tanta importanza ha avuto nella formazione di Neri, rimastogli legato dalle magistrali inferiori (anno scolastico 1937-38) fino a quando la morte glielo portò via, nel 1980. Memorabili i loro incontri al Caffè di Inverigo, che dà il titolo a un’altra poesia stampata dal Pulcinoelefante e poi confluita in Armi e mestieri:

Al convegno abituale

fra le colonne del Caffè,

il professore di lettere teneva banco

a una platea di sfaccendati.

Arrivava da un paese vicino,

“perché non abita qui?”

domandavano,

“e dopo” rispondeva “dove vado?”.

«Fumagalli», lo rievoca Neri, «abitava ad Arosio e veniva ad Inverigo, dove ci incontravamo in un bar che esiste ancora. È quello sulla curva prospiciente la stazione delle Ferrovie Nord. Una parte della cultura che lui trasmetteva, si rifaceva ai proverbi popolari. Era un amante del paradosso. Mi attira sempre, il paradosso, perché credo contenga una gran parte di verità, che non si conosce subito ma che emerge nel tempo, in contesti diversi».

Il pensiero di Fumagalli influenzò fortemente l’allievo anche in campo politico. Fascista deluso («Ma all’inizio era così convinto», ricorda Neri, «da costruire un fascio littorio durante le ore di applicazione tecnica»), aveva in seguito militato nel Partito d’azione. Un atteggiamento ideale e pragmatico allo stesso tempo. «L’insegnamento di Fumagalli», precisa il poeta, «era che nel momento topico bisogna essere o di qua o di là, intendendo i due opposti schieramenti. Ma era privo di faziosità, portato piuttosto a vedere quello che c’è di buono nell’uomo e non di cattivo. “La politica divide, io invece aspiro all’unità”, era un’altra sua affermazione ricorrente. Bisogna schierarsi, insomma, ma non in modo settario. Per questo non mi sento né di destra né di sinistra».