Il poeta autore del libro che stiamo presentando va verso i sessant’anni e bisogna dire che non li dimostra se, con lo spirito d’uno scherzoso Aretino, termina la sua raccolta con questa breve poesia intitolata Ultima arringa del fantoccio carnevale: «Per mano mi hanno condotto/ il riso di Bacco e Venere/ e pare verrò ridotto/ad un cumulo di cenere// Ma appena passato l’anno/ sarò di nuovo io./ In barba alle morali/ a tutti i preti e a Dio». Spiritoso, un po’ irriverente, ironico e autoironico, Stefano Bolla pubblica con LietoColle questa bella raccolta, Dimettersi dall’avuto (74 pagine, 13 euro). Utilizzando una lingua leggera, doviziosa di appropriati aggettivi, di metafore originali, e di ritmi e rime che decoravano la poesia italiana qualche tempo fa, ma con estro moderno lieve e pur precisissimo, questo poeta di Alba tesse con facilità e disinvoltura una mostra di personaggi, di luoghi fisici e spirituali con una mano lieve e disinvolta, risultato di un esercizio lungo e puntuale di ben trent’anni di poesia.

In quel Bosco di notte, la prima delle liriche della sezione Figure, tutta la forte capacità sonora e immaginosa di Bolla si riversa, come un fresco ruscello sul pendio del monte,nelle figure che compaiono dinanzi a Matthew O’Connor, «gran sale in zucca, gran dottore,/ erede di Ippocrate e Galeno»: le «amanti per il tempo che gli resta» o «che hanno davanti gli anni e l’ironia/ che fan sembrare festa il pomeriggio/ in un caffè»,e vi si riversa pure una buona parte dell’abilità descrittiva del poeta, che continua nei successivi personaggi di questa ironica e felice galleria: Euriloco di Tebe, Magister Casella, Eugenio Montale, Un vecchio pianista, Rodiger di Beclàr. Così va il libro di Bolla lungo le rimanenti pagine della raccolta, con la stessa ironia e lo stesso buon temperamento che accompagna indefessamente gli assaggi e le considerazioni del poeta: «Intonala adesso suonatore/ la tua musica e non attendere/ l’imbelle Carnevale// Ora che l’inverno a noi concede/ gelidi tramonti tersi/ e l’alba non ci strappa alcun grido».

Nei versi dell’ultima sezione si può permettere anche immagini un poco tristi, un poco accorate: «Cinque e trenta./ Si spengono i lampioni,/ il canto degli uccelli/ lungo il Talloria/ ridesta un’aria livida./… /E ancora un’altra/ per me sbriciolante/ tristezza e amore/ per la tenera voglia di te/ che mi divora». Una rassegna, questo esilarante libro, che toccando molte delle figure ironiche, e crepuscolarmente un po’ melanconiche, ci fanno ritornare, ma solo un poco, ai tempi di gozzaniana memoria.

Arnaldo Ederle