La silloge si dispiega in una partitura immaginale dell’eros. Tra cristalli varianti e fulgide accensioni di Psiche, i corpi si svolgono come bende del desiderio, nella prosodia dell’istantaneità: le «dita nell’argilla del silenzio», la «lingua sconosciuta», quando suona «la notte della rincorsa» o «l’obliquo amore» della rifrangenza. È lo status della rêverie, teorizzato da Gaston Bachelard, in cui il lampo onirico si condensa in una lucida e sognante polisemia dell’io: nel «sonno che annuncia fuochi di serpente», nella «ricaduta dell’ultima foglia», che scandisce una clessidra bianca, mentre gli innamorati si scoprono «superstiti» nella nudità perduta, che esplode all’uscita a sé, dalle curve del sacro. Le scene si incantano nella greca stupefazione del mito, nella fulgida simultaneità noumenica. Così si susseguono cerimonie iniziatiche: quella della «voce» che scivola tra gli splendori spezzati, l’altra che tocca il nirvana della metamorfosi: «questo piede si è trasformato in vento». E il tempo? È quello degli orologi molli di Salvador Dalì.

Vincenzo Di Oronzo

Mario Fresa, Alluminio. Introduzione critica di Mario santagostini. LietoColle, collana “Aretusa”, 2008, pp. 40.