Dall’Ulisse

rivista di poesia, arti e scritture diretta da Alessandro Broggi, Stefano Salvi, Italo Testa

È sempre difficile rendere conto del proprio rapporto con coloro che si è scelti in qualche modo come maestro o modello o predecessore, anche volendo chiamarsi fuori (ammesso che si possa) dalla dinamica agonistica descritta da Bloom; e tanto più difficile dovendo dare a questo rendiconto una portata generazionale. La profondità di Porta e la complessità con cui si sono poi articolati gli snodi del fare poetico fra le sue ultime opere e l‟oggi richiederebbero una trattazione meditata e sviluppata con ricchezza d‟argomentazioni. Un confronto diretto, viso a viso, è fuori di discussione. Non è questa la sede opportuna, né il tempo è sufficiente a una riflessione approfondita, né forse sarei io il più adatto a farla; mi limiterò perciò (benché non ami troppo la scrittura aforismatica), a pochi appunti sparsi, personali e forse impressionistici, che servano però almeno a «mettere in rete» alcune idee, lasciando all‟intervento critico di altri la possibilità e l‟utilità dei collegamenti.

Anniversari, nuove edizioni ecc. portano sempre con loro sulla mappa di ogni opera poetica un gran dispiegamento di bandierine critiche che ascrivono il poeta a questa o quella scuola, lo accostano a questo o quell‟altro scrittore, circoscrivono i territori occupati.

Senza la pretesa di aggiungerne una mia, senza la pretesa di segnare un territorio, vorrei parlare di ciò che personalmente ho considerato come la più importante lezione della scrittura di Porta mettendo la sua opera di fronte a quella di un altro autore, guardando il suo riflesso in essa, non tanto per introdurre un‟ulteriore chiave interpretativa, quanto per far risaltare – nella distanza che li separa – quello che hanno in comune, ed evidenziare così ciò che per me ha contato. L’ autore che mi viene da accostargli è il Ballard di Atrocity Exhibition, con il suo sguardo implacabile sull’ inconscio collettivo delineato nelle forme seriali e ripetitive della città, nelle forme frattali del vivere sociale, nelle stereotipie del linguaggio: come per esempio nei blow-up alla Rauschenberg di Liz Taylor distribuiti su ossessivi cartelloni pubblicitari nei labirinti delle periferie.

Anche secondo Spatola, infatti, Porta si muoveva nella «zona aggrovigliata e aggressiva della lingua parlata» dove sedimenta, per usare le parole di Benjamin, la traccia di «uno spazio elaborato inconsciamente». Su questo spazio la poesia di Porta si esercita a propria volta come sguardo implacabile, teso al centro delle cose: sguardo che non è semplicemente relazione univoca soggetto-oggetto ma al contrario apertura. Sull‟immagine dell‟autore (soggettiva od oggettiva che sia) prevale la dinamica delle relazioni, la problematicità innescata dal gioco prospettico di sguardi differenti. Di qui deriva l‟estrema attenzione alla inquadratura che si può ravvisare in Porta: in molti casi questo procedimento ha connotati decisamente materialistici, operando come tecnica di disincanto rispetto all‟affabulazione iconica, al piacere dell‟accumulazione. Si potrebbe parlare di metodo scientifico, perché non c‟è un «teorema» (uno sguardo «precostruito»), una dottrina o una tecnica che guida ogni atto visivo: l‟occhio, reso preciso strumento di misurazione, si lascia tuttavia educare dall‟empiria restando però vigile a non farsi irretire nelle relazioni che scopre, attento alla rigorosa verifica della loro falsificabilità…continua a leggere qui il contributo di Vincenzo Bagnoli