“Invece di rubare a noi stessi le nostre parole, bisognerebbe seguirle fino all’opera che fondano nella nostra solitudine, fino all’opera che compiono nel rendere questa solitudine infinita – nella demenza che si accoglie senza perdersi, sposandone solo il tratto che muta il nostro spirito per una sola idea, ma che fu la nostra immagine…”

Joë Bousquet, Il silenzio impossibile


Raccontare la povertà richiede un plurale. Bisogna capirla come umiliazione, vergogna, perdita di sé e paura. L’elenco potrebbe allungarsi, ma non è di elenchi che abbiamo bisogno, è importante invece collegare tutto questo al senso di colpa. La povertà la si vive interiormente come oppressione, è semenza, cresce, e come ogni oppressione ha bisogno di colpe reali o immaginarie. Inoltre nel suo farsi condizione è una diminuzione di umanità rispecchiata dai continui riferimenti a qualcosa che manca. Dare nome alla mancanza è entrare in una zona oscura, in cui chi ha la parola e nomina, spesso non sa niente di quello di cui parla o lo sa in modo approssimativo. L’approssimazione è quando si cerca di immaginare, senza riuscirci.

Attualmente il settanta per cento dei poveri nel mondo sono donne e bambine, ma quasi sempre chi parla di povertà, sembra soffrire di amnesia o evita un punto difficile, ed è arduo far notare che nominare la questione come se riguardasse solo gli uomini è una mancanza di realtà. La cosa difficile è rendere la complessità di chi vive la povertà, perché spesso, non sempre, sembra che la mancanza di opportunità di chi soffre il disagio economico, sia una mancanza interiore, un deficit di intelligenza, o un’incapacità. Così la condizione agisce a livello profondo proprio su chi la osserva, e magari vorrebbe aiutare, ma non sa percepire la complessità interiore e la singolarità degli osservati e nemmeno che il proprio sguardo non è neutrale.

Questo porta quasi sempre a non capire che le servitù imposte a una grande parte dell’umanità fanno vivere bene una minoranza di persone i cui bisogni sono sopravvalutati, e solo per queste persone i diritti e la libertà di essere e scegliere sono pensati insopprimibili. I privilegiati possono passare la vita senza accorgersi di cosa viene negato ad altri/altre e soprattutto, particolarmente se si tratta delle altre, non capiranno mai che il privilegio di ignorarne la sofferenza è parte della libertà che hanno.

Toccando gli intrecci tra povertà, genere, razza, vediamo quanto poco riusciamo a comprendere e come ogni condizione è riprodotta, anche inconsapevolmente, dal modo in cui guardiamo e nominiamo gli altri.

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