Da Ulisse rivista di poesia, arti e scritture. Un Contributo sul poeta artista Camillo Capolongo

Sulla figura e la complessa opera di questo eccentrico (letteralmente)poeta e potente Plasticien mancano tuttora profili che vadano al di là della semplice presentazione da catalogo o della mera prefazione celebrativa.Eppure il settantaduenne Camillo Capolongo, originario di Roccarainola, da anni in volontario confino nella più afflitta delle province italiane, ha al suo attivo una produzione decennale oramai ostinatamente connotata. L’archivio-museo-atelier in cui vive e lavora preserva dall’implacabile minaccia dell’oblio un nucleo consistente, sebbene parziale, di tale produzione, dalle grandi tele alle sculture in legno e in bronzo, dalle serie a tema in piccolo formato (Vesuvio; Uomo che cammina) ai Collages in fotocopia b/n e acetato che hanno caratterizzato la sua attività plastica dagli anni ’70 ad oggi.

Ulteriori indizi sono recuperabili nel magma documentario della rete, dai cataloghi di recenti personali alle schede descrittive di alcune case d’aste.La sua attività di creatore e aggregatore di poesia visuale è invece testimoniata dai preziosi numeri della rivista Match (1984-2000) in cui si raccoglie il meglio della produzione di quegli anni, da Arrigo Lora Totino a Mirella Bentivoglio, da Adriano Spatola a Luigi Castellano, da Julien Blaine a Tibor Pap.Quel breve ciclo di epifanie poetiche raccolte con notevolissima perizia grafico-editoriale in un insolito grande formato si sublima nella collaborazione con il movimento guidato da Jean Jacques Lebel e Jacqueline Cahen: nel 1988 «Match» diventa Festival internazionale di poesia ed accoglie nei territori della “militanza” capolonghiana

(Nola e Pomigliano d’Arco) l’edizione n° 13 bis del festival parigino di poesia Polyphonix ed i suoi più illustri ospiti: Faton Cahen, Jacqueline Cahen, Eugenio Colombo, Corrado Costa, Esther Ferrer, Arnaud Labelle-Rojoux, Antonio Porcelli, Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli, Roberta Voltolina, Sergio Talenti, Silvia Zanotto.Non meno emblematica è l’attività di Capolongo come performer e poeta sonoro: pur essendo ampiamente attestata la sua partecipazione a diverse edizioni di Polyphonix nella storica sede del Centre Pompidou, mancano purtroppo, o sono difficilmente reperibili, riproduzioni audio o filmate di quelle esibizioni.

A partire dagli anni ’80 lo storico festival parigino è teatro, insieme a diverse manifestazioni nostrane, anche della sua produzione videopoetica. In particolare, a Parma nel 1997, a rappresentare il tema della Territorialità all’interno della rassegna di videoarte curata da Manuela Corti, è la poesia Io chi sono? Di questa e di altre opere, come 1 e 2 e la serie di Poesia Show (2004), esistono copie analogiche negli archivi dell’autore, mentre su Youtube sono presenti dal 2007 tre interessanti performance video di Capolongo curate da Rino Pastore: nelle prime due, intitolate Caino Territorialità e Caino Ironia, delle intense ‘strofe mimiche’del poeta si alternano nel montaggio ad una serie di disegni tratti dalla rivista «Match».

Nell’ultimo video invece (I am, I am), tutto focalizzato sui concetti di identità e ‘affiliazione’, alla riedizione del classico Io chi sono?segue una serie di sketch di drammatica efficacia. Memorabile, tra gli altri, l’epigramma / allocuzione ai presunti “padri” del suo magistero poetico: «Pasolini: bucchino! Gadda: bucchino! Montale: bucchino! Dante: bucchino! Boccaccio: bucchino!». La qualità del suo personalissimo cammino “verso una poesia totale” induce anzitutto al confronto con esperienze poetiche affini, quali, appunto, quelle di Adriano Spatola e di Patrizia Vicinelli.

Una prima considerazione da fare è che in tali esperienze l’ ‘ardore’ della loro ricercaespressiva sia il risultato non solo delle sollecitazioni ideologiche delle correnti neoavanguardistiche di cui questi poeti furono indubbi protagonisti, ma anche di una specie di ‘radicalità’ biografica, convertitasi poi progressivamente in un’anarchica refrattarietà agli assestamenti ideologici degli anni ’80 ed in una conseguente marginalità rispetto alle forme che venivano a costituirsi sulle ceneri dello sperimentalismo militante.

A parere di chi scrive, proprio questa loro peculiarità biografica e geografica (la “slavità” di Spatola, la “no-poletanità”di Capolongo, la “tossicità” di Vicinelli), mentre da un lato costituivano un evidente punto di forza nella ricerca di una maggiore ‘medialità’ ed eseguibilità del Fralinguaggio poetico, dall’altro lo marcavano irrimediabilmente –e necessariamente, dato il carattere intrinsecamente “giullaresco” della loro produzione –di un tratto cluse quasi autolesionistico, contribuendo a relegare la loro esperienza in quell’«ostinato cono d’ombra», in quella «zona d’indiscernibilità entro cui non sembra lecito addentrarsi»,che persiste tuttora, nonostante l’interesse che di recente sembra essersi destato almeno per alcuni di loro. Andiamo dunque al meno frequentato e forse più oggettivamente ostico dei tre.Ecco come Capolongo, nel 1983, intonava l’accessusa quella sua personale antologia di poeti napoletani rappresentata dal volume Sopra/ Poesia(i corsivi nel testo sono originali):

In limine IN LIMINEin limineda Napoli in summa per una didascalia di avvio: nove nomi novetra avanguardia e recalcitranze storiche, luoghi comuni e radicalità comunque, tra voglie di sistemi e prolassi di sfiducia, tra ratio e ossesso, da Cangiullo (Francesco) ai napoletani nove autori nove per unaverifica diassoli come a volere ottemperare a un giudizio che inquadri la fattispecie poetica lungo direttrici di approccio fisico, a scardinare le maglie di, o: da, ogni status di poesiavolendo addentrare il discorso in certi connotati di presenzialità più invadente. E si veda ancora come, più tardi (1990), dichiarava il significato della sua rivista «Match» nel volume de Il sociale:

Match era sottotitolato estetica (o: estetiche) e tecniche di animazione. Quali erano i brodi che bollivano nella pentola del cuciniere? quali ricette o destinazioni? Volevo attivare una terra / Il sogno etereo di rimettere in circolo la utopia di un’identità Mi importava ‘sfruculiare’ le radici. Attraversare con lampi, corti circuiti, flash di esegesi…Si tratta di una poesia dell’ “approccio fisico”, di un’estetica corporale del resto enunciata fin dal primo manifesto dei nopoletani(1983), a firma di Emilio Villa (il corsivo è mio): Ed ora partiamo: Cari Luca [Luigi Castellano], Leo [De Berardinis], Camillo, e Peppe [Capasso][…] Non solo irritarsi, o cari, ma urlare in opere, come voi, lo schianto della rabbia che si fa prestanza organica, più precisamente slancio in Luca, estetica corporale in Camillo, primaria cruenza in Peppe, negatio in Leo, rattrappiti in illimite vacuo.

Tale estetica, che però –è essenziale ricordarlo –in Capolongo non prescinde mai da un appello costante alla ratio, si proponeva come risposta ad una doppia istanza, di ordinesociale e formale: la prima, abbozzata fin nel progetto-manifesto CAPA (1967-68)e maturata al momento della collaborazione col “Teatro di Marigliano” di Leo De Berardinis (1970),si era fatta incessante durante l’esperienza di disegnatore e animatore per handicappati, malati mentali, detenuti e emarginati (1980-);la seconda muoveva da un ossesso personale, da un istinto comunicativo“basso” e di radicamento anti-dada, da una predisposizione biografica e geografica allo stile comico-realistico:“Poetica” A proposito delle tavole in mia rivista «Match» […] ho scritto:«La parola era nata per significare. E non per starsene inguainata (ha la casacca della figura)».75 […] E per una migliore esplicitazione ho scritto:«…a) poesie stercose →: scrivevo e poi riutilizzavo le carte, recuperavo a un mio strapazzo organico la materia.b) poesie trafitte →: da chiodi o spilli che surreggevano i fogli: dopo varie peripezie i fori cominciavano a sostituire»

Continua a leggere da Ulisse il contributo di Giuliano Ferrante