Anatomia dell’io

Un dialogo su lirica e soggettività, dall’Ulisse n11La poesia lirica nel XXI

Durs Grünbein (Dresda, 9 ottobre 1962) è uno scrittore tedesco. È considerato uno dei massimi poeti della Germania post-unificazione

Italo Testa. In un’intervista di qualche tempo fa lei affermava che «la lirica è la forma più soggettiva della letteratura. E i segni del tempo vanno di nuovo in direzione del neo-soggettivismo»1. Questa forma soggettiva di espressione non contiene forse un momento di oggettività, nella misura in cui corrisponde alle figure dello spirito del tempo? E come si rappresenta la relazione tra costellazione storica e soggettività espressiva della lirica?

Durs Grünbein. Questa è, per così dire, la trappola hegeliana. Il soggetto assoluto sarebbe insieme il rappresentante, l’incarnazione dello spirito assoluto del tempo. Da questa trappola ci si divincola solo se si riconosce che qui è solo questione di fallire, non funzionare, non stare al passo: per esempio il fatto che io non stia al passo con gli ultimissimi risultati della rivoluzione di Internet. Proprio in quanto fallisco come co-esecutore di ogni tecnica, in quanto non ce la faccio, perdo terreno, rimango in una certa misura un soggetto. Oggi si può ancora rimanere un soggetto quasi solo quia absurdum: in quanto non si è sempre up to date. Ma questa è la forma negativa, e la soggettività oggi non può essere espressa solo negativamente come incapacità di stare al passo, in tutti i campi –soprattutto nella tecnologizzazione mediatica–con uno sviluppo incredibile, probabilmente senza paragoni nella storia umana.

Per tornare al nostro tema, credo che naturalmente la poesia sia ancora il più intimo dialogo dell’uomo con se stesso. Però qui non è del tutto chiaro chi sia questo ‘sé’. Nel mio caso può trattarsi di un dialogo con se stessi sull’intossicazione: il problema è sempre scoprire sino a che punto si è contaminati dal tempo, dall’ambiente, soprattutto dalle idee del tempo. In questa misura è corretta la tesi per cui il soggetto non è mai puro. E dovremmo fermarci qui, perché non ci è dato fare molti passi avanti. Ma questo è un punto molto importante. Non vi è affatto quella contrapposizione ideale per cui da un lato starebbero la società, la modernità, lo spirito del tempo, e dall’altro starei io, in quanto singolo, con la mia verità. Questa non è una verità ma solo uno strumento.

I.T. Questa soggettività dunque percepisce qualcosa del suo tempo.G.M. Certamente: non è affatto questione di ignoranza. Piuttosto: bisogna leggere tutti i giornali,guardare tutti i programmi televisivi, consumare tutto, parlare con tutti… e in questo affaccendarsi di qua e di là imbattersi in un fondo d’ostinazione.

I.T. Già nel suo primo libro, Zona grigia, mattina 2, lei ha scritto poesie monologiche. Un’intonazione fortemente monologica sembra contrassegnare tutti i suoi lavori. Si potrebbe descrivere tutta la sua produzione come lirica monologica? E qual è il legame di questa poetica con il monologismo di Gottfried Benn?

D.G. Da molti anni osservo in me stesso un movimento verso una dimensione dialogica. Ma credo che la poesia, quando si inizia a scrivere, cominci probabilmente da un monologo. Già l’espressione ‘poesie monologiche‟ è l‟indizio che si tratta di una posizione provvisoria, che la condizione propria di tale stadio debba essere superata. Già da diversi anni molte mie poesie, più o meno a pertamente, si rivolgono a un partner dialogico, talvolta direttamente a conoscenti, talvolta ad autori morti, talvolta, e questo è il lato più segreto, a sconosciuti nel futuro. Così assume spessore anche l’aspetto 1Peter-Huchel-Preis 1995. Durs Grünbein- Texte-Dokumente-Materialen, Elster, Baden-Baden, Zürich 1998, p. 48. Si veda anche il saggio -intervista Durs Grünbein im Gespräch mit Heinz-Norbert Jokks, Dumont, Köln 2001.2Cfr. D. Grünbein,Grauzone Morgens, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1988.81drammatico all‟interno della poesia, perché solo per questa via può crescere la tensione. Credo che alla poesia lirica sia inerente la presenza di un interlocutore: anche nel più amaro colloquio con se stessi vi è sempre un interlocutore, l‟altro di se stessi, o il Dio perduto, come sempre. Vi è sempre qualcuno con cui si dialoga e mai un monologo puro. Vi sono, naturalmente, possibilità di aprire la poesia, una sensibilità per la moltiplicazione della propria voce che è in atto già da tempo nella mia opera. Poesie di ruolo, dove parlo con la voce di qualcuno totalmente diverso, per esempio un antico romano. Interi cicli in cui molteplici voci differenti animano le righe, come di regola in un coro drammatico. Tutto ciò costituisce una differenza rispetto alla poesia di Benn. Il quale esprime con molta forza l’idea di una poesia monologica, dunque di una poesia che non si rivolge a nessuno che stia all’esterno: una poesia che si chiude in se stessa e che, in quanto lirica plastica, se ne sta lì, in sé compiuta come un oggetto. Io non sarei così radicale. Credo che le poesie puramente monologiche siano l’espressione di una crisi: una crisi della poesia. Nascono quando non vi è più un fuori, nessun interlocutore dialogico per il poeta, non vi sono più dei, non vi è più una società o la società è per il poeta profondamente estraniata. Questo ‘io’ che parla diventa allora l’ultima posizione su cui il poeta ripiega. In ciò si esprime un momento di verità ma anche di crisi, una crisi sociologica.

I.T. Nella sua poesia però il ‘tu lirico’ sembra a volte più una figura del soliloquio che un tu in carne e ossa, un’alterità effettiva. Nella lirica dialogica del dopoguerra – penso a Celan – la relazione io-tu sembrava il luogo d’incontro con un’alterità radicale. La Sprachhoffnung, molto importante anche per Ingeborg Bachmann– e che oggi troviamo in un’autrice come Barbara Köhler 3– ha fatto della relazione io-tu il luogo eventuale dell’utopia. Crede che la crisi dell’utopia, cui oggi assistiamo, possa avere qualcosa a che fare con la disintegrazione dell’interoggettività?

D.G. La relazione tra la perdita dell’utopia e lo scomparire dell’intersoggettività non va vista in una prospettiva troppo ristretta. Questo è solo il penultimo capitolo di una storia più ampia, preceduto da molti altri passaggi. Un capitolo di molto antecedente è la crisi della preghiera; una crisi dell’intersoggettività era già in atto perché, molto prima che fossero state formulate e prendessero la scena le utopie sociali, non vi era più preghiera. Credo che Celan esprimesse delle preghiere ipotetiche: nella sua poesia la relazione io-tu, o la cosiddetta intersoggettività, è quella di una preghiera vana. Non so se Celan si riferisse effettivamente a un altro tu, a un interlocutore esterno, a un altro poeta concreto che era esistito prima di lui. C‟è naturalmente il dialogo con Mandel’stam e con Zvetajeva. Ma cose del genere si trovano in molti altri poeti del ventesimo secolo, me compreso.

Si dovrebbe qualificare meglio questo ‘tu’prima di farne il tema di una teoria. Quale tu si intende? Dio? L’amico? Lo scrittore che ci fa da modello? È la società dei poeti morti che circonda un autore oppure un qualche uomo del futuro, nel senso, come ha sostenuto Kleist, che si scrive per qualcuno che deve ancora nascere? Questo ‘tu’ nella lirica è spesso molto cangiante, ha diverse sfaccettature e non è univoco: così può facilmente sembrare che sia solo un ‘io’ camuffato. È davvero estremamente difficile riuscire a trovare, attraverso la giungla della falsa vicinanza, per così dire, un altro ‘tu’. Per esempio l’idea dell’interlocutore dialogico nella poesia non coincide con quella dell’interlocutore più prossimo – più o meno se ne ha sempre uno, almeno da quando l’uomo vive in gruppi familiari; lo si trova anche tra i conoscenti, e tuttavia spesso proprio in queste cerchie il più distante è il più prossimo.

Credo che la lirica eserciti da sempre una legittima difesa contro la vicinanza coatta cui la società ci costringe. La società costringe alla vicinanza attraverso la sovrappopolazione, per mezzo dei dispositivi di educazione che, mentre cresciamo, ci gettano in mezzo a migliaia di esperienze estranee. Certamente è casuale in quale famiglia, classe scolastica o compagnia si capiti; casuale in quale ambiente di studio o di lavoro ci si formi… e così via. Noi tutti siamo, per così dire, delle arbitrarie esemplificazioni sociologiche. E credo che la poesia sia anche 3Cfr.B. Köhler, Deutsches Roulette, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1991.82un mezzo per opporre qualcosa a questa vicinanza costrittiva. Si tratta naturalmente dell’elemento più intimo ed espressivo. Dapprima funziona proprio come un diario: nella maggior parte dei diari all’inizio prende avvio una sorta di dialogo apparente con se stesso da parte del diarista, ma successivamente anche con diversi interlocutori immaginari. Credo che questo sia sempre, in generale, il punto di partenza per la poesia.

I.T. È interessante osservare, a margine, che questa polisemia del ‘tu’, dell’intersoggettività, non è costitutiva solo per la poesia, ma si può riscontrare anche nella filosofia del dialogo, si pensi a Mead, Buber, Löwith, Lévinas, Theunissen, Habermas, tutti autori presso i quali il ‘tu’ in questione assume sfumature piuttosto differenti, essendo talvolta l’interlocutore concreto, talvolta un altro generalizzato, spesso una controfigura teologica.

D.G. Esattamente. In un autore come Lévinas tale ambiguità è portata all’estremo. Molto più chiara era la consistenza del ‘tu’ di Buber, da sempre modellato su Dio.

I.T. Sebbene una dose di ambiguità permanga anche al fondo di autori, come Habermas, che in apparenza tematizzano la relazione io-tu in una chiave decisamente sociologica. Non è difficile trovare tracce, perlomeno sullo sfondo, nella stessa sostanza comunicativa dell’interazione, dello sfondo utopico di una intersoggettività teologica.

D.G. Habermas cerca di mettere fuori gioco la teologia per mezzo della nozione di secolarizzazione, traducendo la relazione io-tu in un evento immanente: un evento comunicativo puramente immanente. Credo che la maggior parte dei versi lirici in realtà si protenda immediatamente oltre questo fine, consistendo piuttosto in un boicottaggio della comunicazione. Il plusvalore psicologico, l’eccesso d’energia proprio di un verso incastrato in una poesia, dipende dalla sua capacità di raggiungere un’altezza tale da saltare oltre la situazione dialogica immediata, quindi oltre tutte le possibilità di inscenare dialoghi di cui la società dispone, si tratti di dialoghi educativi, processuali, di interviste giornalistiche, e così via. Forme che spesso mettono in opera dialoghi veramente apparenti, come succede nelle interviste sui media: la poesia va oltre tutto ciò ed è veramente una reazione all’espansione della falsa dialogicità.

I.T. Non si può non pensare qui ad Adorno, all’idea che la lirica sia un’esperienza di negatività che, boicottando la comunicazione, ne denuncia la falsità. E questo ci riconduce al problema dell’utopia. Nel famoso discorso del 1957 su Lirica e società 4Adorno ha colto nella soggettività della lirica l’espressione di una negatività di una relazione negativa con il mondo storico–che contiene sempre un momento utopico, una promessa di felicità. Nella sua opera poetica si possono trovare molti rimandi ironici alla bancarotta dell’utopia, spesso legati alla esperienza diretta del fallimento della Ddr: nella poesia Lettera al poeta morto, lei parla di «un’utopia / pietrificata in Bitterfeld o in Karl-Marx-Stadt»5, mentre inVita brevis scrive «L’Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte»6. Crede forse che il fallimento storico del socialismo reale privi la poesia di ogni forza utopica oppure il fenomeno è più intricato?

D.G. Non credo, a meno di non ridurre la letteratura alle idee sociali. È un problema di grande importanza. Ammesso che tutte le utopie sociali siano veramente fallite, cosa che oggi non sappiamo: è sempre possibile che si tengano nascoste nelle pieghe della società. Per esempio è legittimo pensare che il cosiddetto capitalismo neo-liberale porterà alla luce utopie del tutto nuove, 4Cfr. T. W. Adorno,Note per la letteratura. 1943-1961, trad. it. di E. De Angelis, Einaudi, Torino 1979, pp.6-64.5Cfr. D. Grünbein,Brief an den toten Dichter, in Nach den Satiren, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1999, p. 61: «ein Utopia/ Steingeworden in Bitterfeld oder Karl-Marx Straße». 6 D. Grünbein,Vita brevis, ibidem, p. 117 («Utopiazum Beispiel… Seit Morus spielt das auf rauhen In seln»), trad. it.in D. Grünbein, A metà partita,a cura di A. M. Carpi, Einaudi, Torino,1999, p. 257.83 che devono ancora sorgere. Ma non credo che la poesia abbia un legame primario con tutto questo. Credo che la poesia sia quasi realmente l‟altro, anche l’altro dell’altro, anche l’altro dell’utopia sociale. È fallito solo quel legame di breve termine, per cui la poesia si era quasi lasciata legare alle utopie sociali; come quando si è presentata, in modo diretto, come poesia del comunismo sovietico o di qualche altra visione del mondo propria del ventesimo secolo. Molti hanno percorso queste strade, ma vi sono anche posizioni più solitarie, che tuttavia erano possibili solo sulla base di una speranza in una rivoluzione di sinistra. Questa escursione familiare della poesia è andata a finir male, ed è vero che tale fallimento ha gettato nella spazzatura molte biografie, ha alimentato molte tragedie. Però, per fare un esempio, già una posizione moderna nella lirica del Novecento, quale quella di Mandel’stam, non si lascia mai risolvere completamente in una qualche forma di utopia sociale. Al contrario, Mandel’stam è per me uno dei primi esempi dei sacrifici assurdi che il processo sociale ha richiesto nella poesia. Concretamente ciò significa che la biografia di Mandel’stam è diventata in qualche modo, per me, uno degli argomenti più importanti contro l’ideologia repressiva della conciliazione propria del comunismo sovietico. Mandel’stam è diventato per me il teste principale contro il bolscevismo, e per questo non provo alcun sentimento elegiaco per il socialismo reale, ma solo sarcasmo per il suo fallimento. Questo fallimento lo avverto come una sottile vendetta. Sono falliti i dittatori, i dittatori dell’educazione, i torturatori, le soldatesche… È fallita la repressione come parte dell’utopia, non la speranza….

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