Fonte : La Recherche

Nella verde quiete d’un bosco
o tra chi ha molto sofferto e amato
nella solitudine del deserto e dei ghiacci
forse mi troverai
ma sempre vedrai il mio sorriso
nell’incanto segreto della poesia.

Questi splendidi versi non sono stampati in nessun libro: essi costituiscono il retro di una piccola foto-ricordo della poetessa Ilde Trona Arcelli, scomparsa il 19 giugno 2011. Il dott. Mario Arcelli narra che è stata la stessa consorte ad indicargli sia la foto che la poesia da utilizzare per questo estremo, devoto ed affettuoso ufficio ed invita coloro che posseggono il ricordino a inserirlo tra le pagine dell’ultima raccolta poetica dell’Arcelli –Meno male -, pubblicato da Guerra Edizioni nel maggio 2010. Un ex libris postumo destinato quindi ad assumere un eccezionale significato e l’alto valore di testamento spirituale, ideale sigillo non solo di un libro ma di un’intera vicenda umana e poetica. Dietro l’apparente dimessa colloquialità dell’espressione “meno male” si cela invece, come suggerisce anche Luciano Erba nella sua nota introduttiva, la possibilità metafisica “di dischiudere un varco”, “la percezione di un barlume di salvezza”, l’intuizione di un possibile “via d’uscita…come si conviene nei territori di caccia dell’assoluto”. Ma ritorniamo per un attimo ai versi iniziali: Ilde ci dice che possiamo ritrovare la sua più pura spiritualità tra chi ha molto sofferto e amato. Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscere la poetessa, di frequentare la sua casa gioiosa ed ospitale, di entrare nell’intimità generosa della sua amicizia, sa del suo lunghissimo – troppo lungo e troppo doloroso! – rapporto con la sofferenza, con le molteplici malattie, con gli innumerevoli interventi chirurgici che avevano devastato il suo corpo. Questi versi, lucidi e sobri, ne sono una lancinante testimonianza:

Torace aperto cucito il cuore
cancro di qua cancro di là
via le safene segato l’osso
nuova la gamba con il titanio…

(comprende dunque caro Dottore
che non di sogni qui si ragiona
ma d’un reale film dell’orrore
toccato a chi adesso le parla
seduta storta sulla poltrona…)

Eppure Ilde nel suo estremo, poetico saluto ci invita a cercarla tra chi molto ha sofferto e amato. Il suo sguardo non si è ripiegato sulla sua sofferenza né da essa è stato vinto. Infatti tutta la I Sezione di Meno male, che va sotto il titolo di – L’assenza -, si popola di personaggi ai margini della società, di reietti, di quelli che la stessa Arcelli definisce “quasi esseri umani”, “poveri cristi senza redenzione”. Ed ecco allora apparire “le badanti polacche in libera uscita” che di domenica mattina “cantano struggenti cori nel giardino / sotto casa” e quella piccola area verde diventa un luogo “sacro” proprio perché lì si celebra una “mancanza” e una “nostalgia”; ed ecco ancora il “barbone” avvolto nel suo cartone, il “drogato con l’ago / ancora infilato”, la “schiava di strada”, i “piccolini” Tommy e Maria “uccisi a bòtte”, il fruttivendolo suicida visto “come fratello della / pietra che abortiva frutti oscuri”, il “vecchio matto” che dopo aver subìto l’elettroshock, finalmente libero, “vuole scoprire la città” ma lo aspetta solo una panchina deserta e il suo sguardo continua, come sempre, come per tutti noi, a perdersi nel vuoto; ed ecco infine il ricordo dell’amica Teresa dal cuore generoso ma “non esibito / sempre attento a chi non ha voce”. L’antico poeta cinese Li Po, detto L’Immortale, ha scritto che “i poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene”. Non so se questa affermazione è vera per tutti i poeti, so per certo però che, almeno nella sua prima parte – fedeli agli uomini nella disgrazia – è stata vera per Ilde Acelli. La II Sezione del libro ha un titolo lungo – Non c’è bisogno di scomodare Freud – e sembrerebbe segnata da un ripiegamento solipsistico, da un’analisi meticolosa della storia personale. In realtà, anche attraverso l’introspezione, la poetessa, lontana da ogni facile suggestione psicanalitica, riesce, in virtù della sua arte poetica, a far ritornare in vita tutto quel mondo della civiltà contadina, povero, crudele e gioioso, che è stato l’humus della sua infanzia e sul quale la sua personalità è cresciuta e maturata. Di qui, da questa sapienza e maturità artistica discende anche il felice rigore delle scelte linguistiche, ivi compreso l’uso del dialetto, di cui danno una bella testimonianza questi versi:

ultima nata della grande famiglia,
riunita d’estate nella casa antica
in campagna tra cugini cavalli
zie e garzoni, era gracile per la sua
età: le contadine scuotendo la testa
alla madre dicevano “sora Virgì,
na vacca vecchiatista è fija de
na frusta, cussì lungapare
e fina, tocca aiutalla, pora
n’ovo al giornococca, deteje
appena fatto, caldo caldo
m’arcomando…” e lei scappava via
inseguita da quel giallo occhio
appiccicoso ancora così pieno
di gallina…

La III Sezione – A passo d’uomo – celebra una sorta di pietosa umanizzazione del cosmo. La poesia qui sa ascoltare la natura. La poesia qui sa di essere essa stessa natura:

Tutto parla

Si sovrappone allora materia
alla materia viva, rocce
che parlano adesso oscuramente
con cunicoli canyon fossili
ovunque, con i graffiti umani
sopra i sassi, memoria che insegue
se stessa nel tempo:

così tutto parla e s’ascolta,
tutto, nel folto d’ogni foresta

Nel carteggio epistolare tra Giorgio Caproni e Carlo Betocchi,  pubblicato in – “Una poesia indimenticabile”-. Lettere 1936-1986 -, a un certo punto si legge: “…Meno male che il portinaio del cielo ci aspetta e ci riconoscerà per fratelli…” Questa citazione è riportata in apertura della IV Sezione – Scelus -. Ecco allora confermata l’intuizione iniziale. Qui, ormai prossimi alla fine del libro, Ilde Arcelli sembra quasi prenderci per mano e indicarci il senso più recondito di quel titolo così apparentemente ordinario e dimesso:  Meno male. E non può essere un caso che sia proprio questa la Sezione che più direttamente e con più asprezza si confronta con il male e con il dolore. Qui anche il familiare, amato vento della tramontana perugina “porta il gelido nulla dritto / negli occhi alzati verso / lo specchio del cielo” e “falcia l’anima come / l’osceno pensiero di una guerra” ed “(è senza labbra e mai / porta semi buoni con sé)”. Eppure anche qui “davanti alla triste demenza / del male” troviamo qualcuno che tenta “col mistero del Dio dell’amore”. E nessuno può dire se è un ciarlatano o un sapiente.  “Poeti e Poesia” è il titolo della V ed ultima Sezione. E qui davvero si celebra il trionfo del pensiero poetante e dell’arte:

Il pensiero

nel suo stesso chiarore si consuma,
il pensiero, col fervore
della scoperta, svanisce poi torna

pieno di lontananze, veloce
motore della nostra fragile
specie, buca irridente il presente

e se vuole può anche farmi
scoprire l’oscurità del mio niente
pietrificato lungo le stagioni,

può salvarmi o uccidermi
piano nel suo gorgo suadente
con quei bagliori di scarna,
lucente verità.