(…) Anch’io sono stato fuorviato dal concetto romantico della scrittura. Da giovane ho visto troppi film sul grande Artista, e lo scrittore era un tizio tragico e dannatamente interessante con un bel pizzetto, occhi lucenti e verità profonde che gli scaturivano continuamente dalla bocca.
Che bello sarebbe stato così, pensavo. Ma non è così. Gli scrittori più bravi che conosco parlano pochissimo, voglio dire, quelli che scrivono bene. Infatti, non c’è niente di più noioso di un bravo scrittore. Tra la gente, o anche solo con una persona, è troppo occupato (nel subconscio) a registrare qualsiasi dannata cosa. Non gli interessa fare discorsi o essere l’Essenza della festa. È avido, risparmia benzina per la macchina da scrivere. Parlando puoi allontanarti l’ispirazione, con la bocca puoi distruggere il genio donatoti da Dio. L’energia arriverà fino ad un certo punto. Anch’io sono avido: bisogna esserlo. Le uniche energie a cui si può rinunciare, l’unico tempo che si può donare è il tempo per l’Amore. L’Amore dà forza, distrugge odi innati e pregiudizi. Rende la scrittura più completa. Ma tutte le altre cose devono essere risparmiate per il lavoro. Uno scrittore dovrebbe effettuare quasi tutte le sue letture da giovane; mentre comincia a formarsi, la lettura diventa distruttiva. Toglie la puntina dal disco.
Uno scrittore deve continuare a scrivere, a colpire nel segno, o si troverà nei bassifondi. E non c’è modo di risalire. Perché, dopo qualche anno dedicato alla scrittura, l’anima, la persona, la creatura non riesce a operare in nessun altro campo. È inutilizzabile. È un uccello in una terra di gatti. Non consiglio mai a nessuno di diventare scrittore, a meno che lo scrivere sia l’unica cosa che gli impedisca di impazzire. A quel punto, forse, ne vale la pena (…).

foto: Erwin Olaf-Adsorbendum 3

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