fonte: poiein.it

La poesia politica oggi quasi non esiste più perché non si fa più politica, ma soltanto rappresentanza di interessi più o meno collettivi.  La politica interessa solo ai giornalisti, per campare.  E la politica non c’è più perché si sono dissolti i popoli – dissolti nel chiacchiericcio delle televisioni, nella massificazione dello stile di vita occidentale, nell’oppressione dell’economia globale controllata da poche e onnipotenti oligarchie economiche e finanziarie.  La generazione delle canzonette transnazionali, dei solipsismi modulati sulla ricerca di una libertà senza limiti ma con tanti muri, delle fughe in avanti verso una salvezza per se stessi e che gli altri schiattino, dell’ossessione di spremere tutto dalla vita a qualsiasi costo – anche del vuoto -, del vivere sopra le righe e sopra le possibilità senza neppure avvertire la propria rapacità delegata ai sistemi economici ed organizzata in centri di potere, della violenza integrata ed ignorata se proprio non ti tocca da vicino, della frammentazione in mille identità senza un centro che le connetta, questa generazione – la mia –  è ormai incanutita e ha davanti a sé solo un declino verso il vuoto che nei decenni si è costruita, immersa nella logica assurda che ha elaborato paradossalmente senza pensare – perché anche il non pensare produce un pensiero e una responsabilità e, fatalmente, un esito.  E questo nonostante il singulto genuino del 1968, finito a tarallucci e vino e fagocitato, vanificato, deviato e criminalizzato dalla invincibile sfinge di un neoliberismo anarchico, che è molto diverso dalla vecchia etica del protestantesimo di weberiana memoria, perché ha costruito l’etica non sul lavoro ma sul profitto.  Anche la Cina, ultima speranza come diceva Turoldo, anche la Cina è incamminata su questa logica, anche tutti i grandi popoli emergenti, quelli destinati a dare il colpo di grazia al pianeta, come estrema conseguenza di questa logica, di questo non essere più popolo ma solo monadi malate di onnipotenza, dedite al consumo e all’inquinamento.  E’ questa scellerata smania di onnipotenza che ci porta pian piano all’impotenza e ormai la strada è imboccata a velocità pazzesca e nessuno, credo, riuscirà a fermare questa corsa verso l’abisso.  Ma sperare è dovere, se la speranza non è solo parola ma diventa parola dell’inizio, parola che inventa strategie, che cambia.  Come la poesia.  Questo mi pare il sentiero indicato da questa straordinaria e profetica poesia politica che ho sotto le mani, tanto più apprezzabile se consideriamo che è la ristampa di una raccolta pubblicata nel 1981 – ed eravamo in anni ancora aperti, quando questa folle corsa verso il baratro stava appena prendendo velocità.  I giochi erano ormai quasi fatti, ma si poteva ancora disfarli.  Oggi è quasi impossibile, dopo due guerre (in Irak e in Aghfanistan) che hanno sancito, col beneplacito di tutti i popoli – o i ruderi dei popoli – il diritto dei poteri economici di portare la guerra dove lo desiderano e quando lo desiderano per conservare un sistema di potere che si profila sempre più opprimente nella sua paradossalità: il potere della libertà assoluta e senza freni di una sorta di liberismo anarchico e insieme sacralizzato e del concetto del “libero” mercato come espressione sovrana di ogni libertà.

Questo è lo scenario che già nel 1981 il Bordoni sentiva sulla pelle, come inquietudine, come malessere quasi somatizzato per come le cose già allora stavano cambiando e prendendo quell’orientamento che con gli anni (soprattutto gli anni ’90) ha creato la civiltà senza popoli, la civiltà dei gruppi economici anziché dei gruppi antropologici.  La sua poesia perciò individua subito nella dimensione collettiva, un rivolgersi al “noi” nella consapevolezza che questo “noi” si sta spegnendo ed inizia quel lungo processo, non ancora concluso, che gli storici hanno chiamato “riflusso”, ossia in rientro nel privato individuale dopo aver gettato la spugna, dopo le delusioni o la stanchezza derivante dai fallimenti delle lotte sociali degli anni ’70.  Man mano che il riflusso nel privato individuale prende piede, man mano che cadono le ideologie e insieme ad esse, purtroppo, gli ideali, si crea un vuoto, una depressione che viene immediatamente occupata prima dall’effimero, poi dal consumismo sfrenato e, dalla caduta del muro di Berlino in poi, dalla crisi della politica e l’ascesa dei grandi gruppi economici che di fatto gestiscono la politica a livello mondiale.  La poesia di Bordoni avverte tutto questo nell’uomo che cambia, ne stigmatizza ironicamente i caratteri chiusi, ma forse non ha ancora elementi sufficienti (almeno in quest’opera) per tentare affondi e scenari.  Pasolini ad esempio nella sua poesia, più caratterizzata in senso antropologico (mentre Bordoni sembra guardare alla storia più che all’antropologia), individua punti cruciali, attori, rapporti di forza fra diverse culture, ed in qualche modo arriva persino (specie nelle sue opere in prosa) a formulare previsioni, scenari futuri, additando le perdite, i lutti, la brutalità di una trasformazione e le conseguenze sull’uomo del domani, ma dell’uomo “in sé”, non del suo agire nella storia.  Bordoni sembra invece volersi servire di altre antenne, di altri strumenti di analisi ed arriva ad intuire il pericolo della perdita della dimensione collettiva ma non può, in quegli anni,neppure immaginare la svolta cruciale degli anni ’90 che hanno cambiato il modo di vedere la storia e di esserci dentro.  La sua rimane pertanto una poesia sensibilissima, nervosa, giocata molto sulla comunicazione di impressioni, a metà fra ironia e tragedia, usando a volte un linguaggio parlato (come nell’ultimo grande Pasolini) dove la prosodia non vuol giocare un ruolo di primo piano ma dove gioca un ruolo fondamentale lo sguardo poetico, l’atteggiamento introspettivo, l’eco del presentimento personale sul modo di vedere il mondo.

E’ dunque questa sensibilità, questa sottile irrequietezza intuitiva che contraddistingue la poesia di Bordoni e la sua particolarissima poetica che meriterebbe una più approfondita analisi anche per l’uso particolare che egli fa di alcuni campi semantici, di veloci associazioni, di veloci passaggi di scena che rendono la sua opera di notevole interesse anche sotto il profilo delle tecniche espressive.

Gianmario Lucini

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