fonte: GALLERIA (rassegna quadrimestrale di cultura, anno IL, n° 2-3, maggio-dicembre 1998)

“Ma l’inverno ha più abbandoni di un saluto”: è forse uno dei versi più belli di Invernale, breve testo di esordio di Stefano Raimondi corredato dalle opere di Massimo Tassi, in tiratura limitata di 99 copie per la Lietocollelibri. Nel solco dell’inverno e del suo abbandono l’aggettivo invernale indica una possibilità e un cammino: è quel “divenire” che in una nota di poetica intitolata per l’appunto Poesia per divenire, Raimondi individuava come uno dei nodi fondamentali della scrittura.

“Alle basse temperature, scrive Iosif Brodskij in Fondamenta degli incurabili, la bellezza è bellezza”. Soprattutto si potrebbe aggiungere perché la bellezza non viene abbellita né confusa: ciò che percepiamo nel freddo è senza odore come il deserto, ciò che vediamo ha ombre nette, come nel deserto. Il pensiero si affila. Dell’inverno e come in inverno è la crescita silenziosa del verso nel foglio, l’avanzare del linguaggio nel folto del tempo, nel mutare delle stagioni. Invernale è la laconicità della poesia di Raimondi: “la laconica polivalenza”, di cui parla Giancarlo Majorino nella prefazione al libro, che è effettivamente ciò che impedisce una caduta nell’astrazione o in una vaga poeticità per trovare invece un nitore intellettuale e pietoso in versi come “Ognuno ha il suo freddo / che non sa come spiegare”.

L’assenza di ornamenti si coniuga con una scelta rigorosa, le parole sono luci e tagli sul bianco della pagina; come in una tela di Fontana gli spazi sono silenzi e solitudini, i segni ferite. Scorriamo i testi, ci accorgeremo che non è possibile individuare un tempo, ma uno spazio e che è questo a dare verità alle parole. Chi legge infatti sente in ogni immagine il respiro di un’esistenza e di una presenza, la ricerca di un senso nell’immagine. Penso alle liriche apparse sulla rivista Atelier intitolate Una lettura d’anni e in particolare alla seconda sequenza dedicata al padre: “Mio padre, leggeva in continuo.// La notte aveva per me / il peso di un foglio girato”. Allo stesso modo le creature che abitano le pagine di Invernale sono senza volto eppure reali, la terra che attraversano è uniforme (come sempre sotto la neve) eppure vera nella sua inospitalità e desolazione. Come accade nei versi di Schneepart di Paul Celan alla cui poesia Raimondi ha dedicato un saggio molto bello, la neve indica il bianco di una esposizione, di una nudità in cui è possibile ritrovare la traccia di una “linguamadre”, di nuovo la possibilità di una lingua necessaria, comprensibile, raggiungibile e dunque capace di resistere: “E non ha parole lunghe la neve:/ resiste fino a farsi capire”. C’è nella forza contraddittoria di queste immagini, l’indicazione di quella originalità della poesia di Raimondi: la possibilità di rivelare completamente se stessa nella epifania del verso, la capacità di dire senza descrivere: “La città è un foglio bianco che gela”, di riflettere velocemente, ma in profondità: “Il confine del rumore è nel silenzio / in quella ciotola bevuta in un sorso”.

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