Se dovessi indicare tre elementi della tua poetica che ti sembrano i più significativi quali elencheresti?

Concezione organica dell’opera. Attraversamento dell’identità femminile. Cosmicità.
Non so se siano i più significativi ma sono tre esistenze forti nella mia ricerca.
La concezione organica dell’opera include i significati del movimento continuo, della forma aperta e non definitiva, della drammaticità della tensione tra la dinamicità del ritmo, l’acustica e l’illuminazione, connessioni e correnti. Opera come organismo vivente. La scrittura perde qualunque possibilità di astrazione. Si fa in terra per essere abitata, camminata, tastata, odorata dal corpo del lettore. Come creatura tra creature con fiato. La grammatica è il mantice della sua respirazione. Sulla via dell’ inchiostro e oltre (raccolta di racconti inedita 2003) affronta direttamente questa mia concezione della scrittura.
L’attraversamento dell’identità femminile come naturale verso per conoscermi non solo biologicamente ma anche attraverso il tempo, la storia, il mito. Per conoscermi e relazionarmi con la mia interiorità e con gli altri. Lavoro per la congiunzione non per il separatismo né per la fusione. Ne La tela di Penelope (Lietocolle, 2003) lavoro su questo asse tematico.
Cosmicità, infine, come apertura profonda all’esistenza grande in una prospettiva temporale e spaziale che non comincia da me ma che mi attraversa. Io come la mia opera siamo tra l’origine e l’infinito. Questa postura esistenziale mi dà necessariamente senso di accoglienza e umiltà.

Quanto della tua poesia è identità agente e quanto finzione?

La mia opera scrittoria così come quella interiore nasce e si trasforma per un lunghissimo rigoroso camminamento di preparazione ripetizione concentrazione correzione cancellazione nominazione (che è l’azione meno necessaria) .
Se la mia poesia ha un’identità, un’essenza, propria e distinguibile e se questa identità è agente potrebbe dirmelo chi la riceve, il lettore, tu stesso per esempio.
Sulla parola finzione. Occorre che tu precisi cosa intendi. Se ti riferisci ad una non coincidenza tra autobiografico e artistico. Se sulla distinzione tra ciò che è naturale e artificiale (arti ficiale fare arte). Comunque in due parole, sperando di poter dare una risposta soddisfacente, io non sono altro dalla mia opera. Io sto dentro. Profondamente.

Trovo che nella tua poesia, l’atto fisico vive un ruolo fondamentale, primario; la ragione arriva un po’ in ritardo, devo dedurre che è la natura a condurre il gioco dell’esistenza?

Cervello cuore pancia vivono dentro il corpo. E insieme costituiscono la nostra natura. La difficoltà è viverli insieme (nello stesso seme). E il cervello farlo abitare nel cuore, affinché non si senta assoluto. Aggiungo, perché torna come costante nella mia scrittura: l’occhiello della nostra vita è l’ombelico, diapason, punto di irraggiamento e ricettivo.

Ci sono luoghi geografici particolari che ritornano nella sua poesia?

Nomino spesso Montelovesco. Un piccolo villaggio dell’Appennino umbro, tra Umbertide e Gubbio. E’ un luogo fondante della mia vita. Ho una forte rispondenza tellurica ed emotiva con quel paesaggio. Vi ho vissuto alternativamente nel periodo della mia infanzia e adolescenza. In quel territorio lì vi sono le radici dei miei genitori.

Nella lirica della “natura” il verso diventa essenziale ma di splendida sonorità, quanto è importante l’effetto fonico nella tua poesia?

Si ascolta una voce esterna dell’opera ma ci può essere anche orecchio per la sua acustica interiore, profonda, intima. Quest’ultima mi interessa: la sonorità di fiati, del respiro, del battito cardiaco dell’opera, di quanto fluisce e rimbalza nel corpo di chi la riceve, ormai quando la pagina o la bocca è gia chiusa.

Anche il cromatismo, l’uso dei colori fanno parte della tua poetica, tutto vibra nella luce?

Mi piacerebbe che si sentisse questo “tutto vibra nella luce”. Perché la vibrazione è sonora. E credo nella corrispondenza tra luce e suono. Lavoro perché questa connessione e corrente energetica diventi il sistema nervoso dell’opera. In Adlujè (Il Ponte del Sale, 2003) ho studiato l’espressione cromatica dell’interiorità. Negando l’assoluto di due dimensioni: il buio e il silenzio. Negando cioè la letterarietà e l’astrazione di questo approccio sonoro e visivo. Sono entrata come potevo nel mondo dei ciechi e dei sordomuti per approfondire fisicamente e scientificamente queste tematiche. E queste esperienze, ancora in corso, mi confermano l’estrema capacità sensoriale dell’individuo, quasi mai cosciente ed esercitata anche per una propria animalità persa, regredita, repressa.

Quando c’è semplicità c’è anche grande coraggio di mettere a nudo tutto il nostro mondo, senza maschere o difese; cosa ne pensi?

La semplicità così come la nudità sono raggiungibili dopo estremi percorsi interiori. Sono traguardi lontanissimi e faticosissimi. Bisogna spaccare la pancia di queste parole e mangiarne lo stesso significato, altrimenti sorgono malintesi. Semplicità, intendo io, non nell’interiorità, perché l’interiorità per una persona adulta che vive la vita in stato di veglia, di scelta quotidiana, di rigore, è sempre necessariamente complessa. Anche perché è abitazione di correnti contraddittorie, di pieni di vuoti, di asimmetrie…La semplicità semmai raggiunta è nel gesto, nel segno, nell’espressione, nel comportamento di chi è maestro e maestra di sé stesso. E quando dico nudo, non voglio intendere la spoliazione totale fisica davanti al mondo. La mia inerme passività verso il mondo. Ma la mia identità che si regge da sola, in terra, scalza, senza bisogno di sovrastrutture, di fantasmi. Tanto per fare un esempio, uno di questi incantesimi di cui potersi vestire, addobbare, abbagliare è il successo, è il bisogno famelico di un riconoscimento sociale, rumoroso, continuo, spettacolare. La nudità che intendo io vive la sua concentrazione. Non ha tempo da perdere camminando sopra queste garze inconsistenti, irretenti, distraenti. Ha bisogna di terra, di cordoni ombelicali effettivi, relazionali. Queste riflessioni mi percorrono e percorrono tutte le mie opere, ma più specificatamente sono disposte in Nudità della solitudine regale, Zane editrice, 2000.
La parola maschera ha tante valenze, spesso positivissime – mi riferisco alla cultura africana, orientale….- ma forse ti riferisci a quella comunemente usata in modo spregiativo. Poi la parola coraggio: al coraggio mi risponde automaticamente la parola eroismo. Che tanto si è deformata, storpiata, potente e pericolosa (sto pensando ai kamikaze terroristici). Io non sono per una vita eroica, ma per una via erotica, con concetto dell’erotismo che non ha nulla a che vedere con tante banalità e semplificazioni. Erotismo di congiunzione, di cosmicità, di veglia sensoriale. Canto la stupefazione, l’accoglimento, la trasformazione. Il sentire. Per ultimo, sì: sono per la difesa ma che stia nella forza interiore della propria identità/interiorità.

Nel tuo libro Il Segno della femmina, LietoColle (2000) c’è l’esplosione vitale dell’eros, visto come gaia sensazione di pelle, pulsazione estrema di gioia, sublime atto di carne e sangue in comunicazione con l’universo. Un erotismo che scopre la meraviglia?

Si la meraviglia del congiungimento, della ricezione, della trasformazione. Che non è fusione con l’altro, ma innesto. E la gioia è frutto sapiente da preparazione interiore, non ha concepimento di possesso. Quando dici carne e sangue dici anche interiorità, dici colloquio intero.

In una splendida recensione a questo libro si è scritto (concordo pienamente) di ascensione e ascetismo dell’eros, una vera e propria religione naturale della vita…

Qualunque lettura a me va bene. L’accolgo. Mi fa crescere tanto più mi porge ed individua i miei zoppicamenti.
Scusa ora se prendo alla lettera la tua domanda. Ho una miopia drammatica.
Ascensione sì. Ma la rimando significativamente all’esperienza dei montanari che toccano la montagna dal basso verso l’alto e dall’alto al basso. Loro sanno benissimo che è più pericolosa e necessaria la discesa che la salita. Che la cima sta a loro, di fianco. Certi che il bene più caro prezioso è sentire la montagna di dentro, come una corrente sanguigna, camminandola e non.
Ascetismo sì. Da quella radice che ho detto prima.
Religione sì. Etimologicamente da raccogliere, legare. Le parti di me in me, nell’opera.

Anche il rapporto sessuale come stazione di un lungo viaggio? Viaggio nell’anima delle cose?

Rapporto sessuale come nodo intimo e intenso di una corda relazionale sacra.

Quest’anno è uscito Adlujè, ed. Il Ponte del Sale, una raccolta definita della “disuguaglianza e della contaminazione” ce ne può parlare?

Adlujè è stato scritto dal 1994 al 1997. E’ importante porre attenzione sul tempo di scrittura di un testo anche perché, come in questo caso, spesso non risulta coincidente con la data di pubblicazione. L’opera fa parte di un percorso poetico lungo più di dieci anni, iniziato dalla metà degli anni ottanta con Battito cardiaco. Presto con Fuoco (A tutt’oggi inedito nella sua interezza e trovabile frammentariamente nella pubblicazione di singoli testi su riviste. Ultimamente la casa editrice Blu di Prussia di Piacenza ha pubblicato una piccola antologia dentro cui raccoglie una quindicina di quelle poesie) e finito poi nel 2000 con La magnifica bestia (anche questa nella sua interezza inedita ma apparsa di poesia in poesia in riviste).
In Adlujè attraverso vari occhielli:
– il mio rapporto tellurico con la lingua e il dialetto: come riprendo il dialetto, dentro quali sostanze tematiche, con quali criteri formali se di stretto rigore filologico o …
– il mio rapporto con la scrittura all’interno di un progetto poetico, di un’architettura poetica: come uso i registri di prosa coniugandoli al verso in lingua italiana e dialettale.
– Il mio rapporto con l’estensione cromatica: come lavoro il colore con l’interiorità.
– Il mio rapporto con l’erotismo. Nella mia fase più espressionistica.
– Il mio rapporto con il rigore e l’umiltà dentro cui deve avvenire la lettura di ciò che intendo per erotismo (cfr.Autoritratto).
Sul corpo interno del libro ho già detto qualcosa. Ma la più preziosa sta nella splendida combinazione della Associazione Il Ponte del Sale che ha permesso la pubblicazione: serissimi traghettatori d’anime, uomini di sale, ponti loro stessi (Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Pasquale Di Palmo, Sergio Fedele – diretti da Marco Munaro). La fucina è appena nata in via degli orti 32, Rovigo 45100 ilpontedelsale@libero.it

Della poesia contemporanea quali sono le tue preferenze?

Soffiamo via i nomi. Sono un popolo internazionale. L’ultimo libro che ho studiato: Gertrud Kolmar, Stemmi prussiani a cura di Franco Buono.

Sappiamo che tra poche settimane usciranno altri tuoi libri, oltre Adlujè, ci puoi anticipare qualcosa?

Per Sellerio, Un paio di calze di seta. Che è una raccolta di racconti inediti di Kate Chopin con un mia breve nota introduttiva. Un lavoro di venti anni, evoluzione della mia tesi di laurea. Coronato dalla monografia saggistica per Lietocolle Alfabetiche Cromìe di Kate Chopin. Va il merito a Erina Sellerio aver puntato ancora su questa scrittrice americana potente, riaprendo al pubblico italiano pagine notevoli. Più grande riconoscimento però a Michelangelo Camilliti nel pubblicare un saggio del genere. Sappiamo tutti come sia miracolosa se non impossibile oggi la ricerca e la sua distribuzione al di là dei parametri universitari.

A cura di Ivano Malcotti

Anna Maria Farabbi – Note biografiche

Nata a Perugia il 22.7.1959
Ha collaborato per traduzioni recensioni interviste a scrittrici e scrittori e per lavori di critica letteraria a vari giornali e riviste, tra cui LEGGERE DONNA, NOI DONNE, e successivamente al suo inserto di letteratura femminile, LEGENDARIA, e per la rivista bilingue africana SISTER NAMIBIA, come corrispondente italiana.
Ha pubblicato opere saggistiche sulla rivista letteraria IL ROSSO E IL NERO.
I miei racconti e poesie sono apparsi su varie pubblicazioni tra cui POESIA, ATELIER, LA CLESSIDRA, IL VASCELLO DI CARTA, VERSODOVE, POETRYWAVE,…

Ha pubblicato

Per poesia:
Fioritura notturna del tuorlo, Tracce,1996
Il Segno della Femmina, Lietocolle, 2000
Adlujè, Rovigo, Il ponte del sale, 2003
Per prosa:
Nudità della solitudine regale, Zane Editrice, 2000
La tela di Penelope, Lietocolle, 2003
Per saggistica con traduzioni:
Le alfabetiche cromie di Kate Chopin, Lietocolle, 2003 (monografia su Kate Chopin)
Un paio di calze di seta, Sellerio, 2003 (raccolta di racconti di Kate Chopin)

Poesie

da “La magnifica bestia”

*****
Ho trovato la matria. La falda acquifera.
L’odore nuovo, capisci.
La magnifica bestia nella conca
della mollica.

Le ho porto corona e regno:
il mio nome e l’anima spicca
della mia poesia,
senza ululato senza melodia via
parola e canto:

offro al pane
la solitudine della mia nudità regale.

Capisci perché non ha più senso ora
la misura e lo scandalo.
L’atto stesso della descrizione.
Mostrare la lucidità concava e secca del cucchiaio
al dispensiere.

Questo solo: la bacio
mentre sento il divenire della mia sua saliva
e i semi congiunti nella nostra lingua.

*****

Faccio l’amore in terra.
Tango:
la fisarmonica, l’aia, tacco e punta,
profondamente tacco leggermente punta,
dentro
la mia rosa
. I gialli della mietitura
mi colano dal labbro. L’oro
prugna.
Goccia il miele sul capezzolo. Ombelico
da cui sgorga succo d’uva.
Il mio nome ha faccia di lupa
la tana in corpo
al posto del pelo
flora.

L’ascolto della sentinella.
Da piede a piede.

Ho i piedi in terra. Quel che mi dice
la terra
entrando nel mio plantare. Sale

in tutto il corpo.

Sento il suo battito. Come batte
il tallone e la punta. Il peso del suo sangue
che danza nella notte porosa
da lì a qui.

La vedo ad occhi chiusi.
Vedo il suo piede
la terra sotto il suo plantare mentre balla
e l’ambra liquida dentro la calura
rosso cinabro

del cuore.

Traduzione da Adlujè
Rosso

Io sono l’inferno ubriaco.
Lingua idrofoba in fuoco.
L’intensità illuminata
nella pancia ritmica del tamburo:
vulcano in testa, scintilla, interiorità ustoria
della lente:
i tuoni miocardici del tuorlo.
Io sono il morso nel bucobuio
dell’orecchio del demonio. E il foglio
acceso in trono.

da 7 Poeti del Premio Montale – Scheiwiller – Milano 1996:

E’ la freccia scoccata dal dio delle origini
che affonda precisa/mente
dentro la terra vivente
della mia fronte
Sono milioni di uccelli
in uno stormo a punta
che vengono a riprodursi in me
nel brevissimo periodo del disgelo

Anna Maria Farabbi

fonte: archivio LietoColle