E’ proprio dallo sguardo che potrebbe apparire circoscritto dalla “fessura” dalla quale lo scrittore Nino Cangemi dice di osservare il mondo, che deriva ai versi della silloge “Il bacio delle formiche” quell’attenzione ai dettagli e alla verità delle più piccole ed umili cose alle quali viene accordato il diritto di farsi poesia in virtù di un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo personalissimo, che ricerca immagini e metafore spesso insolite, e che mescola a reminiscenze letterarie, specialmente Caproni e Penna e Saba,  la vivacità di certe espressioni del parlato, mirando  ad incidere con rapidità o con aggraziata malizia alcune scenette colte al volo, serbandone  un’immagine o un incantamento dei sensi.

Ma questo passo versificatorio, a prima vista modesto, riserva al lettore non poche sorprese, ogniqualvolta, per esempio, il poeta  distolga l’attenzione dalle cose per tratteggiare, sia pure con segni minimi,  il suo io, che si rivela ben più complesso di quanto egli stesso creda di consegnarlo  attraverso ripetuti tentativi di abbassarne la statura a favore della realtà esterna. Viene, allora, fuori da certi testi  la consapevolezza  della difficoltà di sottrarsi agli schemi ed ai ruoli imposti dalla società e della separatezza come condizione di un ben amaro privilegio. Quelle formiche che lavorano instancabilmente e alle quali viene riconosciuto il merito di stare all’interno del titolo della silloge rappresentano, allora,  da una parte, la triste e monotona sopportazione del quotidiano, dall’altra la metafora del mistero più grande della vita, che è il dolore.

La presenza, inoltre, in alcuni testi  di un eros, che resta in bilico fra sensualità ed innocenza,  svela la tendenza dell’autore  ad una sublimazione del femminino, ottenuta, più che per idealizzazione, per traboccamento di calore umano e per un residuo di malinconica nostalgia del corpo “altro”.

Nella silloge può anche leggersi come in filigrana la vita di Cangemi, immersa in una coralità tipicamente provinciale: le figure del padre, della madre, degli amici, del primo amore si mescolano a quelle dei pescatori, delle processioni, delle partite di calcio nel campetto del paese: una dimensione normale e modesta che forma il carattere e lo recinta in cambio di qualche gioia, di qualche scambio di effusioni sentimentali.

Non mancano anche i cosiddetti meta-testi, quelli in cui il poeta affronta il tema della poesia stessa, o, meglio, della sua poesia, sottraendosi ad un auto-giudizio attraverso il sorriso dell’ironia, fino a confondere i foglietti su cui ha scritto i suoi versi per offrirli agli altri con i volantini dei saldi. Così piccola egli sente la sua Musa, anche se chi scrive l’avverte  dotata di quell’originalità che può senz’altro distinguerla dal mare magnum della produzione poetica contemporanea.

Franca Alaimo