Chi ama gli animali del cielo, sa bene che le aquile reali hanno la memoria lunga in tema di amore. Infatti, la coppia rapace, nel riprodurre annualmente il rituale di corteggiamento, reitera l’antico legame affettivo che li ha uniti fin dalla prima stagione degli amori. Mai nulla di più poetico si è visto in natura; questo rito che non è dato per scontato neppure per gli umani, non sancisce solo un legame di appartenenza tra gruppi o ghéne, ma si lega poeticamente alla coppia, quindi è libero, regale come il piumaggio dell’aquila adagiato sul suo capo e mai più reale di tutto il divino transustanziato nel corpo di un animale che galleggia nell’aria, matrice di quella panspermia che ha dato origine alla vita nel cielo, ancor prima che nell’acqua. Non poetica ctonia ma uranica, Euridice è Deus sive natura  che si affaccia al mito non in chiave simbolica come potremmo aspettarci dall’epos orfico, ma sotto spoglie reali e divine al contempo.

Infatti la Ninfa è come l’aquila che vive sulle rupi verticali di pietra e le trasforma in carne in virtù della magia di un  rituale amoroso che definisce una funzione poetica degna del divino, poichè identifica vita e morte come  unione reale di carne creata dall’amore. Questo è il senso moderno dell’orfismo di Pierangela Rossi nel rituale lirico presentato da Lietocolle; un lirismo in grado, come giustamente intuisce Silvio Aman, di uscire realmente dall’ombra infera, poiché se il carattere orfico tradizionale vive nel simbolico (con i suoi riferimenti semantici sulla inadeguatezza del dio nei confronti dell’amore), in Euridice l’amore diviene salvifico perchè tangibile. E’ così l’amore, che vince anche sulla inesperita evoluzione spirituale di Orfeo e può asserire: Tendevo all’invisibilità/ offrivo le parti incaute/ dimentico che il severo/ a fortezza si mostra/ astrale e poi così lontano/ dall’altra parte del mondo/ in ombra figura dell’impossibile/ avvolto, renitente al fatto/ dispiegato in rapimento d’uso/ viceversevole e comandevole cuore. Gli amanti sono sempre vincenti quando dall’aldilà traghettano i versi/ i poeti: li senti qualche volta mormorare/ negli sbuffi del vento, vento che essi stessi/ e toccano le cime degli alberi/ con mano leggera, come/ non faremmo noi.  Euridice necessariamente è verbo pòiein, (fatta carne nell’amare), poichè, nelle vesti di freccia del tempo garantisce, pur attraverso la morte, la continuità tra passato e futuro.  La versione nuova che l’autrice dà qui di Euridice, è quella di colei che adotta l’universale travaso dei linguaggi per progettare  nuove formule creative nell’amore. Anche gli Haiku sono strumenti che offrono nuove modulazioni poetiche in grado di mantenere vivo il filone orfico della sua poesia, inserendosi in quella corrente orientale dove il mito salvifico passa attraverso la porta stretta del dolore, anche quando andrà penando il mio amore/ ricordando l’interno dell’abbraccio perché l’amore se è amore è per sempre/ compiuto e sognato/ anche nel buio del buio.

Aky Vetere

fonte: Redazionale

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