(…) Non so perché scriviamo, caro George (Moore, n.d.r.). E a volte mi domando perché, più tardi, pubblichiamo quanto scritto. Cioè a dire, gettiamo una bottiglia nel mare, che è già sazio di pattume e bottiglie con messaggi. Non sapremo mai a chi né dove le maree la porteranno. Probabilmente soccomberà nella tempesta e nell’abisso. Eppure, questa smorfia di naufrago non è così inutile. Perché una domenica Lei mi chiama da Estes Park, Colorado, mi dice di aver letto il contenuto della bottiglia (attraverso i mari: le nostre due lingue) e che mi vuol fare un’intervista. Ricevo poi un telegramma immenso (che le sarà costato un patrimonio). Invece di risponderle o ignorarlo, ho scritto questi versi. Non è una poesia, nè aspira al privilegio di esserlo. Impiegherò, come facevano gli antichi, il verso come strumento di tutto ciò (racconto, lettera, dramma, storia, manuale agricolo) che oggi diciamo prosa. Per cominciare a non risponderle, non ho niente da aggiungere a quanto dicono le mie poesie, lascio ad altri il commento e non mi preoccupa (ammesso ch’io l’abbia) il mio posto nella storia. Tutti prima o poi siamo attesi dal naufragio.
Scrivo ed è tutto. Scrivo: dò la metà della poesia. Poesia non è lettere nere sulla pagina bianca. Chiamo poesia quel luogo in cui s’incontra l’esperienza dell’altro. Il lettore, la lettrice faranno o meno la poesia che ho soltanto abbozzato (…).

foto: Heikko Bodnar-Queen 1

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