Maremarmo di Fernanda Ferraresso (LietoColle, Faloppio, 2014) è un libro dolorante che attraversa l’indicibile pena dei migranti usando il linguaggio per un solo, severo fine: dire il lutto della separazione, l’angoscia degli attraversamenti (il deserto, il mare, la nuova terra cui fortunosamente si è approdati), l’offesa delle violenze subìte, spesso la morte irredimibile. Maremarmo è un libro che non vuole consolare e che nel suo stesso impianto di contenuto e di stile afferma un modo di scrivere poesia fermamente in opposizione a qualunque tendenza estetizzante e solipsistica. La prima lettura non è facile, ma impervia e non concede nulla al lettore, non ricorre a quei trucchi più o meno diffusi per catturarlo, come si suol dire o compiacerlo: semplicemente a Fernanda Ferraresso questo non interessa. La scelta stilistica e linguistica, ci si accorge subito, è coerente e necessaria: la chiarezza del dettato poetico ed il verso lungo sono funzionali al dover dire l’indicibile dell’offesa, del dolore, della disperazione. Fatta piazza pulita di poetismi e vezzi retorici, il linguaggio di questo libro è concreto e impietoso, mi sembra che la versificazione serva a ritmare e a scandire meglio l’assoluta necessità che Fernanda Ferraresso avvertiva di dar voce ai migranti. La stessa citazione sùbito in apertura da Cristallo di respiro di Paul Celan (In fondo / al crepaccio dei tempi, / (…) / attende, un cristallo di respiro, / la tua immutabile / testimonianza. / (…) / Dove arde una parola che testimoni / per noi due?) è una chiara dichiarazione d’intenti, la chiave per entrare nel libro. E così il primo testo che apre la raccolta a pag. 11, anche nel suo allineamento tipografico a destra e non, come usualmente accade, a sinistra, dice un punto d’arrivo che coincide esattamente con il punto di partenza:

La carovana viaggia da tempo
brucia materia umana 
nessuno ormai ricorda il giorno dell’inizio.

M’immagino allora, da lettore, che dovrò pensare alle migrazioni degli ultimi decenni, ma anche a quelle dei secoli e dei millenni passati, in un andirivieni continuo tra passato e presente che dà profondità alla percezione e che mi porta a ricordare che anch’io sono figlio d’una migrazione, forse antica, ma non meno dolorosa delle attuali. Infatti in questi testi di Fernanda Ferraresso non c’è spazio né per le metafore né per le simbologie: tutto è detto in modo esplicito e diretto, seguendo un’istanza etica urgente ed irrinunciabile.

Ferro titanio
biancori che non sono l’alba
residui di forme odori liberati dai campi di raccolta
dove stiamo stipati ammassati
in un tempo atomico che taccheggia ogni cosa 
dilania i corpi (pag. 12)

e

I lager non sono mai scomparsi 
(…)
logica di un capitale guadagno che ha nome privilegio
e la sua lingua non ha fiori e ieri come oggi semina guerre
campi per i profughi radica muri profondi e spessi
in Messico a Tijuana come in Cisgiordania (pag. 14).

Le parti del mondo più impoverite, lo sfruttamento, i campi di raccolta, il concetto di clandestinità, la fuga dalle guerre sono detti con versi lunghi il cui ritmo è dettato dall’immedesimazione totale da parte dell’autrice con il destino dei migranti e dall’urgenza di prendere la lingua italiana ed usarla per dire ciò che sta accadendo, in un moto di protesta e di denuncia che vogliono far uscire la poesia dal proprio recinto, travalicare l’hortus conclusus di questo genere letterario. So, anche perché ne abbiamo parlato molto spesso, che Fernanda non concepirebbe in altro modo il proprio impegno poetico: Maremarmo ignora totalmente (oppure la supera) la storia personale di chi scrive per identificarsi in toto con la storia dei migranti i quali rappresentano anche chiunque soffra per un’ingiustizia o a causa dello sfruttamento economico e sociale perpetrato ai danni dell’essere umano.
Leggiamo a pag. 18:

Qui di ora in ora cedendo la mia vita ad altre
sul labbro del tempo e nel linguaggio
recito ciò che più buio
sta ritratto dietro il mio volto

e si tratta di pesi, di oscuri grovigli, dell’acqua amara della solitudine (pag. 21) che la coscienza e il suo mezzo d’espressione, la lingua, tentano di recuperare e portare alla luce.

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fonte: blog Cartesensibili

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