Sono andato a trovare un pittore, Ferruccio Ascari. Il suo studio è in via Villoresi, a un passo da Ripa di Porta Ticinese. Dipinge sulle pareti, poi stacca l’affresco, e il suo lavoro fa meraviglia per l’ampiezza e l’energia, cui corrisponde un segno sottile, raffinato.

Penso che potrei stare ore in silenzio, a leggere nei colori, a osservare i suoi quadri. Invece scendiamo, e mi mostra la sobrietà del quartiere, pieno di gente che parla ancora in milanese. Come nella latteria di fronte, della signora Maria, che pare sia un bel tipo e ha un’ottima cucina, per quei pochi che il locale riesce a contenere. “Però – mi dice Ferruccio – devi mangiare quello che ti dà, e non lasciare niente nel piatto. Se no si offende.”

Passeggiamo per via Lombardini, via Torre, dove c’è un magazzino di frutta secca, via Argelati. D’improvviso si apre uno squarcio di Sironi. Eppure quello che più sorprende è proprio che qui, la città, ancora nel suo cuore, conserva tratti di paese.

Troviamo vari depositi, la bottega del fabbro, l’insegna di una cava di sabbia, un vivaio dove sarebbe bello fare un giro nel verde cupo. Ma la padrona ci fa segno che la merce è lì in vista, c’è poco da guardare intorno, o si compra o si smamma. Ce ne andiamo vagamente risentiti.

Certo occorre molta calma per guardare con soddisfazione questi posti, questi semplici spazi ristretti. Non fai in tempo a vedere una grigia casetta umile sopravvissuta, con una vecchia che stende i panni su un terrazzo spoglio, che dall’altra parte della strada trovi schifezze varie, gli ormai consueti segni di abbandono.

Ma il tratto iniziale di via Argelati può dare ancora un mezzo brivido, nella sua brezza ombrosa, con quei dieci centimetri d’acqua che scorre persino trasparente sotto i ponticelli, davanti alle tre case. Ci fermiamo per un colpo d’occhio finale e pensiamo che lo scorcio è davvero bello…Ed è naturalmente bella, lì vicino, via Magolfa, a cominciare da quel nome longobardo.

Nel suo andare sinuoso, che è quello di una roggia, dopo il campanile di S.Maria del Sangue, dopo il ristorante, torna ben presto a farsi viva quell’atmosfera che ricorda certe strade di paese, e dunque di vecchio borgo, fino a che si intravedono le scritte Docce Pubbliche e Centro Balneare Argelati. Ma è ora di tornare e facciamo dietro-front.

Pochi minuti dopo, in uno slargo vicino al Naviglio Grande, un cancello si apre su un formidabile cumulo di rifiuti e macerie dal quale spunta, verticale, un rottame metallico: è come una scultura.

Sul lato opposto una grossa baracca sghemba. “Non c’è male”, dico al mio amico. “Orrido e sublime”, aggiunge lui. E camminiamo svelti verso Porta Genova.

Maurizio Cucchi

fonte: archivio LietoColle

foto: ritratto di Maurizio Cucchi ad opera di Giancarlo Zucconelli