Le due concezioni canoniche della poesia e della sua «funzione sociale», per così dire – quella del materialismo storico ingenuo e quella, contraria e simmetrica, del neo-idealistico universale concreto – si annullano a vicenda. La poesia non è né mero epifenomeno del sociale né può in assoluto prescinderne.

Non è un fronzolo né un accordo casuale e neppure l’espressione metaforica o il «rispecchiamento» meccanico dei rapporti sociali reali. Il testo va oltre il testo. Chiama e illumina il contesto. La poesia nasce in una situazione specifica, storicamente determinata, ma la trascende. Per comprendere la natura e la portata di questo trascendimento, occorre capire le caratteristiche essenziali della società. Ad uno sguardo superficiale, la società odierna può apparire flessibile, fluida, catafratta, a-centrata.

In realtà, è una società che tende a porsi come una struttura totalmente amministrata, dominata da grandi organizzazioni burocratiche formalmente razionali, nei cui meandri si va nascondendo la ragione quando abbia completamente abbandonato l’individuo. Nella sua imprevedibilità e nella sua essenziale capacità di risalire dal frammento del caos alla globalità significativa, la poesia si pone come la smagliatura nella corazza impersonale d’una società burocratizzata, il possibile recupero della funzione ideativa originale dell’individuo, l’esperienza effettiva, sul piano esistenziale, dell’involontarietà del pensiero.