Carla Saracino ha sempre spinto sul pedale della forma per costituire realtà vivente alle sue poesie. Lasciando perdere facili scorciatoie, e per questo anche Il chiarore si distingue nell’incertezza attuale che sembra schiacciare la produzione poetica italiana. Nonostante la copiosa truppa di edizioni, più o meno piccole o appartate. «Per questo il cuore non crea le forme, ma le impone…» appare come una dichiarazione di poetica, e in tutta la raccolta non sono i fantasmi a fare la storia ma il confronto reale con qualunque persona o cosa appaia nella vita dell’autrice. Che controlla, accrescendosi. Ed esponendo le priorità dell’esistenza sulla terra. Sono le visite la parte più rilevante del Chiarore, e l’intenzione profonda di Saracino di sostenerne l’approdo. Perché il dialogo non si perda. Fra lei e tutti i vivi e i morti che vengono a specchiarsi: «Inghiotto questa scena e di me neppure l’ombra». Senza contare che la distinzione “greca” di questa poetessa le permette di rendere pressoché epica l’esperienza diretta sulla realtà. Scacciando in un angolo le controversie soltanto sensoriali.

Elio Grasso

fonte: GRADIVA – Rivista internazionale di poesia italiana – n°45/2014