di Emilia Maggiordomo e Laura Costa

“Mi guardo attorno: sono dentro il mondo come in un amore immenso. Mi si gonfia il petto, sento di non poterci far niente. Il nodo alla gola mi scende e, se potesse mantenersi questo stato, si scioglierebbe certo in tutto il mio corpo. Oggettivando questa sensazione in un’immagine epica: sono un bambino nel corpo materno”.

Così scriveva il poeta ungherese Attila József del suo essere al mondo, e aggiungeva: “Solo che la faccenda si complica per il fatto che io non vivo nel dolce grembo della natura, ma nella società umana”.

Le distanze tra il poeta e il mondo possono essere prossime e infinite, tra essi si genera un ponte il cui pilastro portante, laddove viene stabilito, è la poesia stessa, che può rendere tali distanze visibili in parole. Così scriveva Paul Celan. Perché, anche quando lo sguardo del poeta sulle cose e sul mondo è solitario, contemplativo, nelle sue parole le immagini della realtà si proiettano oltre, in una dimensione temporale che tenta di delimitare uno spazio permanente di esistenza: un’immagine “epica” per
József, una “minuscola stella” per Celan. È nel passaggio dalle immagini contemplate al linguaggio delle immagini la traccia di una distanza.

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