Nei testi di Amedeo Anelli (Contrapunctus, LietoColle 2011) è la musica ad aprire nuovi orizzonti.

Contrapunctus è il titolo dato alla raccolta che contiene 18 composizioni numerate in progressione con numeri romani.

Il titolo latino, “nota contro nota”, è una scelta dell’autore quasi a segnalare una sorta di contrapposizione, contrasto, qualcosa che si rifà ad assonanze e dissonanze, e non all’armonia; alla polifonia e non alla monodia: «Come in Desprez dal controtenore/al basso di viola, un trombone tenore/e fiato per sonorità» (p.23).

Anche il fiato dunque è parte di questa multiforme sonorità orchestrale, quasi ad indicare la presenza di un organo, i polmoni, strumento musicale del corpo vivo, dell’uomo, come la voce.

È questo che si coglie nei suoi versi, una parola a tante voci, a tanti suoni, a tanti silenzi.

Silenzio e suono convivono, si sovrappongono, si contrastano, immagini e vuoti si assediano in un parlare che si esterna e si interna come il fiato come il respiro.

È tra queste voci e questi silenzi che si distingue un bambino poeta: «Un rotolo di cartone/e il fanciullo dentro/fra il silenzio dell’erba/in movimento/ascoltando il peso/il cuore della terra» (p.12).

Il bambino è poeta della spericolatezza quando: «Di slancio/la bicicletta/in piedi sulla sella/senza mani./Così tutta la vita» in Contrapunctus III, sembra quasi predire il suo futuro di uomo in quella immagine; e nel rischio di cercare un equilibrio con il mondo, il senso della poesia e della sua stessa vita. Ed il poeta come il bambino rimanda a luoghi che vanno oltre, sconosciuti a sé stesso, territori da esplorare senza equipaggiamento. Il poeta è nudo con sua parola: «Ma il poeta è al di là/ della scrittura/ nella scrittura/ […] delle molte vie/della cosa stessa» (p.11). O magari il poeta è in quella neve che: «turbina nel buio./Un fiocco per giù/e poi all’insù».

Ogni parola porta dentro di sé il suo silenzio, parte attiva della musica e del contrappunto, nella sua variazioni di linee e figure, di luci ed ombre, e lo stesso silenzio noi lo cogliamo come elemento primordiale che convive con la sua stessa parola e ci accoglie come un ventre terrestre, come una madre che il poeta ricorda: «Silenzio era il manto di neve sopra i campi,/silenzio erano gli alberi canditi dal gelo/ […] cresceva l’ombra nelle tue spalle,/si alzava la nebbia nella luce» (p.19).

Il silenzio non è solo un tema della poesia di Amedeo Anelli, ma è un vero e proprio atto che si materializza, quasi a rappresentare, nell’ontogenesi, la natura stessa della parola prima della sua nascita.

E questo silenzio (contenuto nelle parole) è necessario per giungere in profondità, fino al mistero del sentimento, del dolore e del lutto; così il poeta scrive per l’amico Edgardo Abbozzo: «la linea del sentire questa misura nel sentimento/[…] la selvatichezza e muto dolore senza nome /[…] una disputa in combustione di staticità una disputa» (p.31) e poi riporta nella stessa composizione «le idee sono le porte invisibili del corpo» da una variazione – «le idee sono la parte invisibile del corpo» – scritto dall’amico Abbozzo e posta come epigrafe alla stessa poesia, come una variante musicale.

Quando si impara a trovare il silenzio dentro le parole questo diviene: «giovane emblema lo spazio per movimenti brevi». Ed è al silenzio che si ricongiunge la poesia, la fisicità dello spazio e del corpo, l’esistenza stessa. La parola dunque come disciplina del silenzio ed il silenzio come disciplina della parola.

A comporre una misteriosa geometria ci pensa la natura e un curioso gatto quando con la sua coda disegna il mondo: «Gira la coda Carlone/in un cielo Tiepolo/il tramonto,/i suoni della notte in arrivo,/una leggera brezza fra gli alberi» (p.20). E poi ancora la natura nelle sue forme, nelle sue simmetrie: «Gli alberi […] i solchi dei carri/il pioppeto/alberi ed alberi/filari di alberi» (p.14).

Un intenso rapporto sensoriale quasi primordiale con la natura, diviene elemento essenziale della comprensione, e della conoscenza umana, del pensiero e della creazione artistica: «Se l’albero comprende/oltre la siepe l’udito tende […] a tu per tu/con la corteccia/un mondo/un io» (p.15).

È una profonda ansia che traspare in Contrapunctus I, una preoccupazione per il futuro del mondo, per il rischio della perdita di equilibri tra i vari elementi chimici, che governano la natura, tra materia vitale e materia inquinante con il suo potenziale di morte: «Si diceva: “Con acque pulite/la salubrità. Con acque inquinate/la natura fa il suo corso/verso l’inorganico”».

E nella stessa composizione c’è anche un richiamo civile e politico del poeta, un richiamo alla responsabilità, egli si rivolge ai “cittadini” come in un discorso che somiglia a quello che si fa in “pubblico”: «Senza cittadino consapevole/nessuna democrazie possibile» ed ancora: «a livelli bassi,/così di cultura,/non c’è democrazia». Cultura e democrazia dunque come componenti inscindibili, come un binomio attivo e da questo l’importanza sociale del poeta, dell’intellettuale, del letterato, che non può pensarsi separato dalla sua epoca, dal suo tempo, perché nella sua epoca e nel suo tempo agisce.

Recensione apparsa su L’immaginazione, Anno ventinovesimo, n. 273 gennaio-febbraio, Manni, 2013.

fonte: lanuovascuolamessinese.wordpress.com “Carteggi letterari”

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