L’arte di camminare
è non abitare in nessun luogo

Robert Walser

(…) Le tracce che Walser lasciò sul suo cammino furono così lievi che hanno rischiato di disperdersi. Il suo legame con il mondo fu dei più labili. Non giunse mai a stabilirsi da nessuna parte: non poté mai disporre di qualcosa di suo, fosse pure l’oggetto più insignificante. Non ebbe mai una casa. Non abitò mai a lungo nello stesso luogo: non possedeva un solo arredo proprio. Aveva due vestiti: un abito buono e quello per tutti giorni. Non aveva libri, nemmeno quelli che aveva scritto. Ciò che leggeva lo prendeva a prestito. Scriveva su carta di seconda mano. Non ebbe rapporti con gli esseri umani, in primo luogo i suoi parenti. Dai fratelli, con i quali aveva avuto all’inizio un legame molto stretto, Karl il pittore e Lisa la maestra, si allontanò sempre più, sino a diventare, alla fine, il più solitario di tutti i solitari. Non sappiamo esattamente che facesse: né a Berlino, né nel Seeland. Per lui era una cosa impossibile entrare in rapporto o in sintonia con una donna. Le cameriere dell’albergo Zum Blauen Kreuz, che egli osservava attraverso un foro fatto nella parte della mansarda in cui era alloggiato, la signorina Resy Breitbach in Renania, con la quale intrattenne una corrispondenza piuttosto lunga, furono per lui creature di un altro pianeta. Restò vergine per tutta la vita. Andò a trovare il fratello con calzoni tutti rammendature e buchi, benché da lui avesse appena ricevuto in dono un vestito nuovo. Quando scrisse I fratelli Tanner, Welser comprese di essere uno straniero, un escluso. “Io sono ancora sempre davanti alla porta della vita, busso e busso, certo con scarsa irruenza, e tendo solo curiosamente l’orecchio per sentire se viene qualcuno che voglia aprirmi il chiavistello. Un chiavistello così è un po’ pesante, e nessuno viene volentieri se ha la sensazione che quello che bussa al di fuori è un mendicante. Non sono altro che uno che ascolta e attende”. Amava essere un ciottolo abbandonato sulle rive dell’esistenza: a cui niente e nessuno apparteneva. Dove poteva abitare, se la vita lo teneva fuori dalla porta? Solo sulle strade interminabili, bagnate dalla pioggia e dalla neve, dove vagava da quando la rugiada era ancora lucida sull’erba sino alla discesa delle tenebre. Passeggiare ininterrottamente era il ritmo interiore del suo spirito.
Dai suoi libri, che possiamo leggere come la stenografia di una malattia nervosa, sembra che fosse vittima di una psicosi maniaco depressiva. Ma Walser sapeva probabilmente qualcosa, sulla propria follia, che noi ignoriamo. Entrando in manicomio voleva passare inosservato: stare nascosto, a parte, in un angolo. Viveva nel manicomio come nella sua casa. Mondava le lenticchie, i fagioli e le castagne; spazzava i pavimenti; incollava sacchi di carta; leggeva vecchie riviste ingiallite; e si difendeva dai medici e dai malati con cortesia cerimoniosa. Non voleva sentir parlare di sé e dei suoi libri: li aveva scritti un altro, moltissimo tempo prima (…).

foto: Christoph Fischer-Robert Walser

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