Valerio Magrelli conversa in maniera misurata e pacata, come se stesse cercando in continuazione il termine più idoneo per definire un concetto. Nonostante la sua giovane età, è unanimemente considerato uno dei più importanti poeti italiani in attività. Ricordo l’impressione vivissima che riportai quando lessi per la prima volta il libro con il quale esordì, Ora serrata retinae, caratterizzato dallo stesso tono misurato e pacato, speculativo, che contrassegna ora la sua conversazione.

Con il tempo, la speculazione di Magrelli si è fatta sempre più articolata; la sua scrittura si è fatta più densa, enigmatica.

L’immersione nelle vicende fondamentali del nostro tempo, in quest’epoca dominata dalla tecnologia e dalla globalizzazione, è divenuta pressocché totale. Basti per questo scorrere i titoli delle poesie della sua ultima raccolta, Didascalie per la lettura di un giornale, per rendersi conto dell’impegno assunto da Magrelli nel tentare di “decrittare” i geroglifici di una realtà sempre più inafferrabile: “Medicina: L’occhio di Dolly”, “Computer e dintorni: web”, “Computer e dintorni: Millennium bug”, “La nostra città: Paesaggio con skate”.

D. Il tuo esordio in volume avviene nel 1980, ad appena 23 anni, con la splendida raccolta intitolata Ora serrata retinae. I tuoi versi si segnalano subito per il loro nitore formale e, al tempo stesso, per la loro valenza speculativa. Come ti rapporti al lavoro di quel periodo a distanza di vent’anni dalla sua pubblicazione?

A quasi ventun’anni di distanza, Ora serrata retinae mi appare, in certi casi, come il libro di un’altra persona. Ero davvero io a scrivere quei versi? D’altronde, se il nostro corpo, come qualcuno sostiene, cambia le proprie cellule ogni dieci anni, allora di persone devono esserne passate almeno tre. Con un paio di loro, continuo tutt’ora ad intrattenere buoni rapporti. Una, però, l’ho ormai completamente persa di vista.

D. Il libro Nature e venature ti conferma come una delle voci più originali della nuova generazione. Con la raccolta successiva, Esercizi di tiptologia, assistiamo ad uno scarto molto evidente rispetto alla produzione precedente: la forma si dilata verso cadenze tipiche della prosa e gli argomenti affrontati divengono più magmatici, meno rarefatti.

Sono convinto che, dopo l’esordio, ogni nuova raccolta costituisca un mezzo di segnalazione. Come il bengala lanciato da chi si è perso, credo che essa corrisponda all’esito di uno smarrimento. Il suo senso profondo risiede cioè nella distanza dalla precedente, anzi, nell’averla definitivamente persa di vista. Il nuovo testo, insomma, è la testimonianza di un avvenuto disorientamento. Deve chiedere aiuto quasi fosse un disperso. Il suo valore sta nel non essere assimilabile a quello antecedente. Alieno, estraneo, è un orfano dell’opera che lo ha preceduto, orfano dell’autore così come si è fino a quel momento configurato.

D. In Esercizi di tiptologia sono presenti alcune tue traduzioni da vari autori come se si trattasse di testi scritti di tuo pugno. Ciò implica che l’attività traduttoria sia, nel tuo caso, da intendersi come una sorta di creazione “filtrata”, paragonabile alla creazione stessa?

Oltre ad aver tradotto e insegnato traduzione, ho diretto per quasi dieci anni una collana di traduzione “trilingue” presso Einaudi. Questa attività, dunque, ha permeato un intero periodo della mia vita. Ora, sono convinto che essa costituisca, se non un atto del tutto assimilabile alla creazione letteraria vera e propria, almeno un suo perfetto analogo, qualcosa come il figlio illegittimo della poiesis.

D. L’ultimo tuo volume si intitola Didascalie per la lettura di un giornale ed è tutto incentrato sulle singole parti che contraddistinguono il linguaggio del giornale. Quanto ha influito a questo riguardo la tua collaborazione giornalistica e radiofonica come commentatore delle terze pagine?

Non troppo. Certo, scrivere sui giornali, o addirittura, come talvolta è accaduto, pubblicare poesie sui quotidiani, costringe a riflettere sulle contraddizioni insite nei tempi diversificati della scrittura (l’articolo e il sonetto contrapposti come una specie di “Kramer contro Kramer”). Ma è specialmente l’esperienza di lettore ad aver guidato la nascita di questa raccolta basata sul contrasto più stridente fra differenti zone della realtà. Perché il giornale, come la nostra vita, è discontinuo, caotico, incongruo, strutturato “a macchie di leopardo”, e può accostare notizie di terremoti a un avviso di vendita rateale.

fonte: archivio LietoColle