Charles Simic, il poeta statunitense di origine serba celebre in tutto il mondo per il suo stile minimalista e inconfondibile, è il protagonista di un’ampia intervista-incontro in cui, con lo spirito lieve e ironico che gli è proprio, racconta di sé stesso e della sua ricerca poetica, concentrandosi in particolare sui testi di Hotel Insomnia, nell’edizione italiana curata da Andrea Molesini per Adelphi.

Nato a Belgrado, nell’ex Jugoslavia, Simic ha vissuto gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza nel cuore dell’Europa dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale. Questa esperienza, con tutto il bagaglio di miserie e di dolore scaturito dal suo vissuto di profugo, ha segnato profondamente il suo sguardo sul mondo e la sua personale visione degli abissi di viltà e di stupidità ai quali è in grado di spingersi la razza umana. La caratteristica peculiare di Simic, che gli è valsa più volte un felice accostamento con William Blake, è la sua capacità di giocare con le parole costruendo in versi immagini straordinariamente potenti ed evocative a partire da piccoli oggetti e realtà del vivere quotidiano.

Nella raccolta Hotel Insomnia Simic racconta la sua malattia. L’incapacità a dormire che diventa sguardo inesorabile su una regione sospesa tra il sogno e la veglia, tra fantasticheria e contemplazione. Le sue parole ricreano fotogrammi dall’inquadratura decentrata, ritraggono dettagli della realtà per mostrarne l’elemento alieno che vi è inglobato, allegramente terrifico, eppure consueto. Il dettaglio che la maggior parte di noi non vorrebbe vedere. E che diventa un modo di guardarsi dentro, confrontarsi con  i lati sfocati, tremolanti, bruciacchiati del proprio io.Una poesia scarna, immediata, sporca che s’intrufola nella carne, pronta a segnare le nostre zone più sensibili.

Charles Simic è nato a Belgrado nel 1938. Dal 1953 risiede negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura inglese all’università del New Hampshire. Nel 1967 è apparsa la sua prima raccolta di poesie, What the Grass Says. Da allora ha pubblicato un cospicuo numero di opere fra cui ricordiamo Prose Poems (1990), che gli è valso il Premio Pulitzer, e Jackstraws (1999), insignito dal «New York Times» del titolo di «Notable Book of the Year». Ha tradotto in inglese poeti serbi, croati, macedoni, sloveni, francesi.