Dall’aldilà traghettano i versi / i poeti: li senti qualche volta mormorare / negli sbuffi del vento / vento essi stessi». Da questo incipit, l’essenza del nuovo libro di Pierangela Rossi (Euridice e l’Haiku, LietoColle, pp. 90, euro 15,00) viene a noi dolcemente, eppure nettamente. In una natura ventosa che forse solo altri come loro sanno riconoscere, i poeti partecipano della sostanza di aldilà e aldiqua: sono il tramite fra le due dimensioni, le voci fuori campo della scena del mondo, testimoni del divino e di ciò che di umano è passato oltre la natura fisica presente. Già in altri libri, in particolare in Kairòs (Aragno) e in Zenit (Raffaelli) Pierangela Rossi aveva mostrato una natura poetica così sensibile da sfumare nel misticismo, e nei suoi versi la tensione fra quotidianità, scandita da gesti abituali, e infinito, origine e meta del pensiero, è sempre stata centrale. In questo nuovo libro, composto da due parti autonome, ma in dialogo fra loro, l’osmosi fra aldilà e aldiqua diventa ancora più evidente. La prima parte è un poemetto vero e proprio, intitolato “Euridice”: da qui si diramano fili luminosi per tutto il libro, paradossalmente provenienti dal buio dell’Ade. Il mito di Euridice è rivisitato, come si potrebbe dire per un’opera d’arte o un testo teatrale, in «chiave contemporanea». Il poemetto è un insieme di appuntamenti cadenzati: con l’amore, con la possibilità di pensarlo, di percepirlo, di diffonderne il messaggio fra lettori più o meno distratti. Ogni testo è un poemetto a sé, ma al tempo stesso si inanella con altri, come in un’armoniosa catena, o meglio in una corolla di cui rappresenta un petalo. L’amore, di cui «non si può parlare nell’Ade » è forse il modo più efficace per affacciarsi su di sé senza precipitare in un baratro di solitudine. È un dialogo con se stessi, innanzitutto: «se non ci fossi stato tu» è una dubitativa rivolta innanzitutto a sé, e permette un’assiduità assoluta verso il proprio mondo interiore. Ecco perché la vicenda di Euridice si addolcisce, si alleggerisce della connotazione tragica tradizionale e docilmente si fa esempio di come l’amore può trionfare su ogni ostacolo. Anche sull’«invidia dell’Ade», sulla condanna alla separazione fra mortali. Non con un’assenza irrimediabile, quindi, ma con una carezza ironica e dolce si chiude il poemetto: «gli oracoli del fato contro di noi / ma siamo sfuggiti ad alien / tenendoci stretti stretti stretti». Di questa potenza giocosa e insieme eroica si fa tramite la lingua, che Rossi riplasma con neologismi densi, piccole rocce disseminate nel percorso, catalogati in parte nella Prefazione, a sua volta poetica, da Silvio Aman: «petroglifici, pretramonto, riconvolvolo… ». Attraverso gli stessi temi, ma in veste più terrena, dialoga con Euridice la seconda parte del libro, “L’Haiku”: che da forma poetica si fa a sua volta personaggio, interlocutore e specchio di momenti quotidiani. E la dialettica presenza/assenza, esterno/ interno dell’amore fra due persone rivive qui, nella mescolanza fra stagioni e colori, riportati a una purezza intatta dai versi.

Bianca Garavelli

fonte: Avvenire del 26 luglio 2014

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