Si cambia nel corso del tempo. Seguendo la propria immagine e i consanguinei pensieri, la realtà, l’immaginazione e la visione si uniscono in un infinito movimento circolare, invisibile. Quando se ne vaun padre, a poco a poco negli anni il figlio diviene conscio sempre più di assomigliargli. Più che nei modi di agire oppure nei tratti osservati allo specchio, là al centro, nel cuore dei sentimenti,. SI intuisce come sia presente quell’ombra al culmine di tutto, l’imago delle generazioni che ci hanno preceduto. Spinti sempre dal senso dell’annullamento temporale, si procede nell’armonia degli elementi con la speranza d’incontrare un giorno quella fuggitiva familiare ombra, di liberarla nel mondo della luce e della pace in una sorta di prosecuzione comune del viaggio, in un aldilà che superi questa troppo spesso inspiegabile ed assurda umana avventura.

È quello che pacatamente suggerisce al lettore il volume La goccia e lo stelo di Emmanuele Francesco Maria Emanuele (LietoColle). Suddivisa in tre sezioni, secondo una proiezione cronologica dell’analisi dell’esistenza esplicita dai titoli Allora, Adesso, Chissà, la silloge cerca di scovare tracce, bagliori, indicazioni per una via d’uscita plausibile nell’ora orchestrata dal lento scivolare della sabbia nella clessidra, bussola personale e collettiva. Il critico e poeta Ennio Cavalli scrive nella prefazione: «Non ci sono lutti o ricordi crudeli da celebrare, in queste pagine. Solo la consapevolezza del sottile alternarsi della vita, i giorni come reti tirate a riva, l’amore come nostalgia del possibile».
Emanuele, che vive e lavora a Roma ma è di origine siciliana come quel sole immacolato che sta fisso nei suoi versi, giunge ora al terzo lavoro poetico, il più intenso dopo Un lungo cammino edito nel 2008 con la prefazione di Lino Angiuli, e Le molte terre, uscito nel 2009 con intervento critico di Maria Luisa Spaziani. Nella nuova raccolta il poeta, quale un antico etrusco, agisce da scultore che travalica i sentimenti per lavorare lo stelo, un monolito dove far apparire il volto della persona amata: dal padre alla mamma, alle donne di cui si innamorò.
Sul viso di pietra che nuovamente rinasce, quasi frutto di un’ulteriore incarnazione, cade una lucente goccia di rugiada, metafora della lacrima del tempo che fugge, «vecchio ed alato dio» come spiega Torquato Tasso in un celebre sonetto, aggiungendo «che distruggi le cose e rinnovelle/ mentre per torte vie vole e rivole…».
Allora forse el’attimo in cui il corpo finalmente si arrende, mentre si svela l’ombra che tende verso il cielo l’anima, che si libera e si libera. In questo superamento di stato e irruzione di novella energia appaiono le imperiosi voci di dentro che cantano il completamento dell’essere nel pulsare contemporaneo di tutte le forze dell’universo.

Così Emanuele ricorda chi lo generò nella poesia Mia Madre: «Il volto era bello/ di antica quieta bellezza,/ e malinconia silente velava i suoi occhi./…/ a me pareva/ bellissima, più luminosa/ delle gemme e di/ tutto ciò che la circondava». E il poeta osserva anche l’uomo, mentre galleggia sospeso e consunto nel testo Il mondo d’intorno: «La parte che muore ogni giorno e invecchia/ il suo viso, gli curva le spalle, lo porta/ a passi affettati alla fine del sogno fanciullo». Qui, tra memorie dell’adolescenza e rivelazioni più mature, avviene l’implacabile ripensamento teso al recupero di molteplici certezze in una percezione totale che vada oltre, che superi le vicissitudini quotidiane, inglobandole per cancellare e riproporre la genesi di un’ancestrale innocenza.

Franco Manzoni

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fonte: Corriere della Sera

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