Quel gesto carico di tutti i giorni
le mani che si giungono con le dita rivolte al cielo
e che non puoi destinare
per un Dio venduto ad ogni spigolo di casa
tutto compreso, confezione speranza.
Quel gesto
appesantisce le braccia quando non incontra
suoni che aprono, capaci di lanciare aquiloni
più in là dei nostri passi
che non sanno guidare il vento
lontano dagli scarabocchi già impressi nell’argilla.
E nella ricerca
provare a mettere a fuoco, a distillare
per tenere e percorrere
il filo teso dell’aquilone senza lasciare
la corda sbiadita alle spalle, capace di tornare
al bambino consumato nell’infanzia
che ora scivola piano tra questi versi:

lo facevo quando ero piccolo
strappare le erbacce con le mani era semplice
ritrovare la terra per i giochi, prepararla
di solchi per i tappi e gli spintoni: “tiro prima io”.

E a dicembre sotto le giovani palpebre
i fiocchi della neve e dei pacchi.
A dicembre sul ripiano della cucina
incisa da un piccolo vomere
la rapidità del muschio

nell’occupare il presepe prima della neve
e la stagnola che non muove il mulino
racimolato di colla
sulla carta oleata della collina che conduce
più su del blu fermato con le puntine
al calendario appeso al muro
il nome di un santo per ogni riga
ogni riga lo spazio per un giorno.
Il venticinque si merita il rosso e l’attesa
del fabbro, il pastore e il falegname
che un pennello ha vestito senza pretese
per una somiglianza che è solo un ricordo.

Nell’angolo
la scatola vuota delle statuine porta
scritta sul nastro per l’imballo
la finzione che il bambino non sa leggere
e le piccole dita spostano veloci la pecora
oltre i fiammiferi del recinto.

È stato senza preavviso che la catena
ha trascinato il tempo, spostato l’orizzonte
lavorato di mano nascondendo i tappi
da questo palcoscenico senza uscita.
Diversamente oggi
quando la catena chiude sull’alba il tramonto
si fanno i conti con i dove della giornata
si stringono le viti e i cardini
che della porta
sono il punto fermo e questo
ogni giorno per nascondere
la precarietà che si fa pelle
ancora dietro

quel gesto carico di tutti i giorni
sospesi comunque in un fiume d’aria
che ci attraversa spogliandoci
dalle risposte trovate
nel segno scritto sotto il tappo di una birra.

foto: David Caballero-Anxiety

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