Immagino Marcello Marciani nella pelasgica provincia abruzzese, dans une salle de la pharmacie, a sbertucciare da galantuomo i prosciugati fogli poetici con quella sua filosofia ironica, capace ogni volta di partorire un’opera appassionata, dopo aver interrogato il viceversa della coscienza, il lato oscuro, quello che non ne vuole sapere dell’ amour de vivre.

Con La corona dei mesi il Nostro innalza uno smilzo monumentello cartaceo, sliricamente civile, civilmente elegiaco ed etico, perfetta esemplificazione della sua predilezione per la contaminazione dei codici e dei generi, come pure la mescolanza stilistica (si  viaggia in queste pagine tra una lontana idea di sonetto e uno strambo ipersonetto, vale a dire una misura di 18 versi variamente assemblati, per esempio 9 distici, oppure 6 terzine, o ancora 3 sestine, e via ripartendo e moltiplicando).

Marcello Marciani sfugge alle forme prefissate, elaborando strofe flessuose, organismi testuali estremamente sensibili, spazi espressivi in lotta inesausta con le cristallizzazioni e gli imbolsimenti della quotidianità: si tratta di una complessa rete segnica, al cui interno si osservano decostruzione sintattica e ricostruzione ludica, segmentazione ironica e rivalutazione parodica della comunicazione (“a sera scarica i suoi festoni d’umido/ le sue poco mastre e giurate fanfare/ le sue panardate di provincia prona/ a strogollarsi un passato che stordisce”).

Dentro una scatola classica (la corona sonettifera di stampo realistico-giocoso come usavano nel medioevo l’ortodosso Folgóre da San Gimignano, l’eretico Cenne da la Chitarra), Marcello Marciani sfida la sciatteria corrente, profitta per questo di tutte le libertà e di tutti i rigori della metrica, riesce in tal modo a demitizzare il poetichese, sostituendovi giri di frasi volutamente deformate, oltranziste, spregiudicate. Ricorre qui uno dei meriti maggiori del Nostro: la capacità di inoculare nella lingua poetologica il proprio talento incentrato essenzialmente sulla nominazione e sulla dissacrazione.

Marcello Marciani guarda in alto, in basso, ma soprattutto lungo il piatto orizzonte sociale dove si consuma lo schifo della disperazione; qui, nonostante la virulenza dei temi, fotografa con gentilezza i dodici mesi che ciascun anno ritorce contro i malcapitati esseri umani: Gennaio srotola inquietudini e si vergogna di non poter dispensare auspici fausti; Febbraio con il suo orrido Carnevale non riesce a mascherare le crepe dell’io; Marzo riadatta i suoi occhiali per non vedere come si riduce una donna a bambola di pezza dopo uno stupro brancale; Aprile, si sa, è il più crudele dei mesi, quando scoppiano le fioriture e un doloroso senso di capogiro collima con un terremoto non vaticinato (L’Aquila 2009); Maggio rinserra il mondo dentro lo schermo televisivo di paglia; Giugno e Luglio raccontano di tristi argonauti sulle piattaforme petrolifere, o sulle carrette del mare in cerca di un improbabile eden; Agosto si lascia inzeppare dagli evasi della colonia penale urbana; Settembre nella sua pendolarità verso l’autunno distribuisce vite dimezzate; Ottobre, Novembre e Dicembre accrescono il senso attonito della memoria, ciò che squarta le nostre esistenze sciagurate, il nostro sciagurato paese.

Tale habetur et dicitur che La corona dei mesi è un libro rubicondo, grottescamente sventagliato contro la cecità imperante, radicale e sempre giocato sul rovescio della significazione; con lauta esibizione di mezzi raccoglie le polverizzazioni esistenziali, proprie e altrui, e le riaggrega, le annoda come rettili, cercando di arrivare al nucleo più autentico, più arcaico del nostro animo, quello che non si lascia intorpidire dai sogni senili di una civiltà vicina alla senilità antropologica e culturale.

Marcello Marciani slaccia la sua voce per ricavarne un paradigma non inedito, né originale, ma assolutamente personale, riconoscibile; è una voce irritata, spaccata come una mela, deliberatamente socializzata e messa in circolo, in sostanza una talking cure, un preparato galenico di cui il nostro conosce le segrete alchimie. Non a caso le frasi si impennano a pungere la coscienza floscia in letargo, assommano una larga eterogeneità di locuzioni: si va dall’arabismo ghirba (usato metaforicamente a significare la pelle, la vita) al gergale sbobba (messo a imitare gli intrugli d’aria e cibo con cui ci tocca satollarci), si prosegue con spoppato nel senso di svezzare, e via ancora con arrazza, sbàratra, intarantola, in definitiva un cotè semiotico sempre in levare, ad libitum, come in una direzione di Toscanini (“È spoppato mezzo mandorlo sul capetto ancora gelido/ punge il petto un ago caldo di memoria troppo sapida/ vorrei fare Carnevale per dribblare dato e avuto/ miscellare vero e falso camuffare un io crepato”).

Prefato e sinopiato dall’ottimo e speculativo Francesco Paolo Memmo, questo lindo scartabello, La corona dei mesi appunto, viene raccomandato all’attenzione del commendevole lettore affinché non ne lasci le pagine nel regno della polvere.

Donato Di Stasi

fonte: L’immaginazione, n.ro 281, maggio-giugno 2014, Manni Editore, Lecce.

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