(…) Gli era sempre piaciuto il caffè: per questo, alla fine, non mi sono sorpreso più di tanto quando ho capito che lo sarebbe diventato. Mi riferisco alla tomba di famiglia.
La ricordavo appena, traccia svanita di qualche lontano funerale. Alla sua morte, tuttavia, fui costretto a prendere confidenza con quel luogo e con i suoi protocolli; burocrazia dei cimiteri. Trascurato da oltre un decennio, il sepolcro era caduto in abbandono. Fissai un appuntamento con un addetto, per indagare meglio la situazione. In breve seppi che, tra la colliquazione di alcune salme e l’umidità del posto, il vano risultava mezzo allagato, in uno stato di completo disfacimento. (Tolto il coperchio marmoreo, mi curvo perplesso sul vuoto, e intravedo le casse accatastate in mezzo alla melma, come in un acquitrino, mentre dal basso sale un’aria fredda, da vecchio scantinato).
Ora occorreva fare pulizia. Mi hanno sempre colpito i racconti in cui un gruppo di persone viene esposto alla necessità del sorteggio. La paglia più corta. In un modo o nell’altro l’estrazione del prescelto possiede una irresistibile forza d’attrazione. Ecco: ho sempre avuto la vertigine della conta, e anche quella volta andò proprio così. Nel gorgo della chiamata, finii come al solito io.
Fra tanti parenti, toccò a me il compito di ripulire l’avello – non le stalle di Augia, bensì il loculo del Verano. Insomma, come nei giochi di carte da bambino, mi capitò in sorte l’Uomo Nero, anzi, gli Uomini Neri, visto che di cadaveri, lì dentro, ce n’erano diversi. E che dovevo fare, con quel pantano di poveri dormienti? (…).

foto: Anthony Richard Tiffin – Friends of Dorothy in wadhurst

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