La scrittura di Fernanda Ferraresso è magmatica e amniotica, di forte empatia con le sue alternanze di prima e di terza persona.

Con la sua ultima opera edita da LietoColle, Maremarmo, interpreta i vari aspetti di una crisi sociale ed economica che riguarda non solo il Sud del mondo, ma l’intera umanità.

L’universo poetico dei suoi versi è questa volta in prevalenza sociale. Sono i profughi e i fuggiaschi dalla miseria e dalla guerra, i protagonisti del suo libro e le donne.

Il coinvolgimento è totale, mente e cuore. L’autrice espone tutto il suo malessere nella denuncia delle miserie umane e delle ingiustizie sociali, con un atteggiamento di solidarietà e di condivisione fraterna e viscerale. E lo fa con un verso libero, un fraseggiare ampio, ricco di immagini insolite, tocchi surreali, parole brucianti, scenari apocalittici. Lo fa muovendo dal mondo esterno al proprio inconscio e viceversa, come in un risucchio, senza dar tregua, senza lasciare posa o concedere respiro.

Il mare è il liquido amniotico che per tanta gente in fuga potrebbe rappresentare una salvezza, ma né il mare, né l’approdo (nuova nascita) il più delle volte offre altra o nuova speranza di vita, perché è proprio in quel mare di speranza che si consuma la tragedia, come in un inferno dantesco. In quel mare-marmo, che da mare vita, diviene mare di morte, indifferente, duro, impassibile, una lapide di marmo su cui iscrivere migliaia di nomi risucchiati dalle onde.

Il tempo scandito a rintocchi sempre uguali è quello del presente, è la ferita di un coltello, un dolore eterno ed estremo, implacabile ed inesorabile, perché in questo dolore c’è la vita e il destino che non cambia (dei migranti sì, ma di tutti noi). E ci sono le preghiere.

Maremarmo è un libro difficile da raccontare a parole, soprattutto nella seconda parte, “Lungo la spiaggia”, quando una scena di resti si prepara. Quello della donna-balena che naviga nel marmo, “i piedi senza radice/ e le mani dentro la terra/ per cercare il capo del filo/ il lungo fittone del fiore/ dissacrato …”.

Mi sento di dire infine, che questa sua poesia, dai risvolti civili e sociali (ma non solo), è una poesia che nulla toglie alla poesia, ma è tutta poesia.

Testimonianza alla collaborazione, apertura, condivisione.

 

Maria Pina Ciancio

fonte: LaRecherche.it

Una poesia tratta da “Maremarmo”:

La carovana viaggia da tempo
brucia materia umana
nessuno ormai ricorda il giorno dell’inizio
ricordare significherebbe perdersi
si viaggia di giorno e di notte si ripete il passo
mentre altri migranti
ingrossano il corpo di quella nera serpe
corpo di genti diverse
uomini con la pelle scura e la testa fasciata da turbanti
pensieri senza confine e donne ammantate da un velo
li veste la fuga
dalla peste della guerra
tutti scappano dal morbo della miseria
e viaggiando abbandonano
qualcosa di se stessi nessuno sa dirsi sicuro
arrivare ad una meta è il luogo che sognano è un’oasi la vita
il deserto il loro dentro e intorno senza parola di gigli
un silenzio agghiacciante rotto dalla voce di animali
selvatici gli uomini in armi danno loro ordini
li ingabbiano come bestie
l’orrore è il carnefice pronto ad ucciderli
così la notte nel passo
svelto di ognuno mette un segno nel cammino
corri è il suono di quel verbo e nessuno osa
rallentare il suo piede
strettamente vive assieme al braccio nel presente di ogni gesto
il luogo che abitano
solo le stelle fisse quasi dormienti basse
sopra le loro teste sono lanterne
certe sulle incerte orme alla meta li conducono.
(p. 11)

Fernanda Ferraresso, Maremarmo, LietoColle 2014

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