Dario Talarico fa Poesia. Dobbiamo però intendere tale verbo in un’accezione squisitamente pragmatica, mondandola dalle ingombranti tracce di “istanze”, “valori spaziali”, “significati altri”: raggiungiamo allora una dimensione prettamente artigianale, espressione piena del concetto di fare.
Questo giovane uomo che scrive per esorcizzare le sustanziazioni del suo essere, quindi per corporea necessità, non ha paura di parlare d’arte, di cui ha un’idea ben definita: “Arte universale, che costringa ad uscire da se stessi e dalle proprie limitatezze”. Poeta senza Alloro per scelta, nella sua ultima fatica, La farfalla di piombo (edizioni LietoColle), una parte è dedicata proprio alle riflessioni sull’Arte e sull’artista, oltre ai cinque capitoli che con stili e tematiche differenti “vogliono raccontare l’evolversi di un’unica storia interiore”.
La sua è una poetica fisicamente vibrante, che porta il lettore ad un vero e proprio movimento della mente, velocissimo a causa dell’immensa mole di immagini che lungo il testo ci si parano dinnanzi. Spesso crudo, violento, ma in ogni caso raffinato ed acuto. Un cesellatore travolgente della parola che non si tira indietro dal compito spesso doloroso di scompaginare i canonici mezzi attraverso i quali si interpreta la realtà sensibile.
Pagine intrise dal sapore di puro vitalismo.
(fonte: Nicolay Porrelli, rivista Tempi Nuovi, n° gennaio 2013)